Roma, Spin Time, sgombero vicino: registi e attori avviano la petizione per “Salvare un luogo di umanità”
A due passi da San Giovanni, lungo via Santa Croce in Gerusalemme, c’è un edificio che da anni non è solo “un’occupazione”: per molte persone è un tetto, un indirizzo, un pezzo di vita. Spin Time nasce nel 2013, quando uno stabile rimasto vuoto viene trasformato in abitazioni e spazi condivisi. Oggi ci vivono circa 400 persone, con oltre 140 famiglie e più di 100 tra bambine e bambini. Numeri che raccontano una cosa semplice: qui non si discute di muri, ma di persone.
Perché torna l’ombra dello sgombero
Nelle ultime settimane la parola “sgombero” è tornata a circolare con insistenza, alimentando paura e incertezza tra i residenti e nel quartiere. Il tema delle occupazioni a Roma è ciclico: torna ogni volta che la politica decide di “mettere ordine” e mostrare il pugno duro sulla sicurezza. Ma a Spin Time il punto è un altro: un intervento fatto senza alternative rischia di produrre una sola conseguenza concreta, spostare il problema altrove. Non risolve l’emergenza casa, la redistribuisce nei quartieri, nelle periferie, nelle famiglie già fragili.
La petizione: “non spezzate legami e percorsi”
Da qui nasce la petizione rivolta al Ministero dell’Interno e alle autorità competenti: fermare lo sgombero e aprire un percorso vero di riconoscimento e tutela. Il testo insiste su un messaggio diretto: Spin Time, sostengono i firmatari, non è un luogo di disordini, né un centro di propaganda, ma una comunità che prova a tenere insieme convivenza, solidarietà e cittadinanza attiva. Lo sgombero, avvertono, significherebbe spezzare legami umani, interrompere percorsi di studio, lavoro e integrazione, e alimentare nuova marginalità invece di ridurla.
La mobilitazione del mondo della cultura
A rendere questa vicenda un caso politico è l’onda di firme del mondo culturale: registi, attori, scrittori, musicisti. Nomi popolari, riconoscibili, capaci di spostare l’attenzione dai comunicati alle storie. Non è solo una “presa di posizione” simbolica: è una richiesta esplicita alle istituzioni di assumersi la responsabilità delle conseguenze. Perché liberare un palazzo può essere un atto di legalità; farlo ignorando dove finiranno centinaia di persone può diventare un atto di abbandono.
Dentro Spin Time: scuola, quotidianità, comunità
Chi difende Spin Time racconta una realtà fatta di vita ordinaria: famiglie che si organizzano, mediatori e volontari che aiutano, bambini che vanno a scuola, persone che cercano un lavoro stabile. Il punto politico, qui, è che spesso la città “vede” solo l’etichetta: occupazione. E non guarda quello che succede dentro: un tentativo di trasformare l’emergenza in convivenza, il bisogno in comunità. È anche per questo che lo slogan della petizione è così netto: non cancellare, ma accompagnare e migliorare.
La domanda che Roma non può evitare
Il nodo, alla fine, è una scelta di città. La legalità è un valore, ma senza soluzioni diventa una parola che pesa solo sui più deboli. Se Spin Time chiude domani, quelle famiglie non spariscono: si disperdono. E la dispersione, in una metropoli già stanca e disuguale, significa più fragilità, più solitudine, più tensione sociale. Per questo la petizione chiede un “percorso reale”: non un rinvio, non una toppa, ma un piano che tenga insieme regole e dignità. È qui che la politica viene messa alla prova: scegliere se governare il problema o limitarsi a spostarlo.