Roma, traballa il maxi parco di 12mila mq occupato ‘abusivamente’ dal Campidoglio, il Tribunale: “Restituirlo alle suore o pagarlo”

Roma, il parco di Grottarossa a Roma nord, foto Google Maps

Roma, una nuova e seconda sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, pubblicata oggi 13 gennaio 2026, obbliga il Campidoglio a restituire grossa parte del parco ‘Orti di Nerone’ di via Grottarossa (circa 12mila mq, l’equivalente di quasi tre campi da calcio di serie A) sorto negli anni ’80 su terreni di una nota congregazione di suore o in caso contrario a regolarizzare la situazione con l’acquisizione dei terreni su cui sorge l’area verde attrezzata, dietro pagamento. Secondo i giudici, difatti, nonostante una prima sentenza del 2024, il Campidoglio è rimasto colpevolmente inerte e senza azioni concrete: non ha pagato o smantellato il parco, costringendo le suore (tra l’altro durante l’anno Santo giubilare 2025, a procedere con un nuovo e secondo ricorso).

Ora la Corte ha imposto a Roma Capitale di restituire i 12.174 mq o procedere alla formale acquisizione dell’area entro 90 giorni, ossia tre mesi. Se non lo farà, scatteranno ulteriori azioni giudiziarie e il rischio di commissariamento.

In pratica, non solo il Comune di Roma rischia milioni di euro di indennizzi, ma si trova oggi sotto la spada di Damocle di un ordine di esecuzione giudiziaria che può costringerlo ad agire subito. Il TAR ha ribadito che l’area non è mai stata espropriata regolarmente, dal Comune di Roma, quindi la sua occupazione resta illegittima.

Una battaglia lunga oltre 40 anni: il campidoglio e il parco “fantasma”

L’area verde in questione si trova in Via di Grottarossa, zona Tomba di Nerone, e fu occupata dal Comune nel dicembre del 1981 per crearvi un parco pubblico attrezzato. Ma fin da subito, secondo i proprietari – la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore – il Comune non aveva alcun provvedimento valido di esproprio o trasferimento di proprietà. In sostanza, l’occupazione dei terreni avrebbe avuto luogo abusivamente. Questo ha fatto scattare una lunga battaglia giudiziaria, culminata nella sentenza del TAR del 2024 che chiedeva a Roma di restituire l’area o di regolarizzarla.

La nuova sentenza di oggi porta un ulteriore elemento: il TAR ha chiarito che l’inadempienza dell’amministrazione è palese e non può più essere ignorata, ma non ha riconosciuto un risarcimento aggiuntivo per il ritardo, perché la Congregazione non ha fornito prove sufficienti dell’esistenza di danni ulteriori.

Due strade obbligatorie per il Comune: restituzione o maxi indennizzo

Il nodo centrale resta lo stesso: Roma deve scegliere tra due scenari obbligati. Restituire l’area alle Suore, con ripristino dello stato dei luoghi e pagamento del danno per uso illegittimo nel corso degli anni. Acquisire legalmente il terreno con l’art. 42-bis del DPR 327/2001, che regolarizza l’esproprio tardivo e impone il pagamento degli indennizzi dovuti, sia patrimoniali che non, con criteri specifici di mercato.

La nuova sentenza chiarisce che la mancata disponibilità di fondi non è più un ostacolo, e che il Comune deve provvedere in tempi brevi. In caso contrario, la Congregazione potrà chiedere la nomina di un commissario ad acta per eseguire l’ordine in via sostitutiva.

Quanto potrebbe costare alla città? Indennizzi che possono valere milioni

Secondo i criteri indicati dal TAR, il risarcimento per la lunga occupazione illegittima si calcola su una base annuale pari al 5% del valore venale del terreno, includendo il valore del “soprassuolo” delle opere già realizzate con titolo edilizio. Si tratta di una stima che può far lievitare il conto complessivo a importi milionari, considerando la posizione strategica dell’area.

Il Comune ha fino a 180 giorni per proporre un pagamento dettagliato, stabilire una perizia aggiornata del valore dell’area e concordare le somme con la Congregazione. Se sceglierà la sanatoria, i 120 giorni successivi saranno dedicati al versamento delle somme pattuite.