Roma, via libera al progetto da 100 milioni sull’ex deposito AMA alla Montagnola: occasione di rinascita o nuova scommessa urbanistica?

ex deposito Ama alla Montagnola

Ventimila metri quadrati a Roma Sud, un investimento da 100 milioni di euro e la promessa di trasformare uno dei grandi vuoti urbani della Capitale. L’Assemblea Capitolina ha approvato in via definitiva il progetto di rigenerazione dell’ex deposito AMA della Montagnola. Sulla carta è uno degli interventi più ambiziosi degli ultimi anni. Nella realtà, però, i cittadini hanno imparato a diffidare degli annunci e a giudicare le trasformazioni urbane soltanto quando i cantieri finiscono davvero.

Perché Roma è piena di progetti partiti con rendering spettacolari e slogan sulla rigenerazione urbana, ma spesso rimasti impantanati tra ricorsi, varianti, passaggi burocratici e tempi dilatati. Quello della Montagnola potrebbe rappresentare una svolta importante per il quadrante sud della città. Ma il vero banco di prova non sarà l’approvazione della delibera. Saranno i tempi di realizzazione, la qualità degli spazi pubblici e la capacità di mantenere le promesse fatte oggi.

Cosa prevede il progetto: il recupero di un’area abbandonata

L’intervento riguarda l’area dell’ex deposito AMA compresa tra via Francesco Acrivia Nicola Spedalieri e piazzale Caduti della Montagnola, un comparto di oltre 20 mila metri quadrati che da anni versa in condizioni di degrado urbano. Il piano approvato dal Campidoglio prevede nuove residenze, servizi pubblici e privati, commercio di vicinato, una grande area pubblica attrezzata, nuovi collegamenti pedonali, un polo museale dedicato al patrimonio storico della Polizia di Stato, spazi verdi e aree di relazione pubblica. L’investimento complessivo annunciato è di circa 100 milioni di euro. Il progetto definitivo nascerà attraverso un concorso internazionale di progettazione che dovrà individuare il masterplan finale.

Se c’è un elemento che mette quasi tutti d’accordo è la necessità di intervenire sull’ex complesso AMA. Gli edifici sono inutilizzati da anni e rappresentano una delle tante aree dismesse che punteggiano Roma. La riqualificazione consentirebbe di eliminare una ferita urbana oggi percepita dai residenti come un elemento di degrado e discontinuità nel tessuto del quartiere. L’inserimento di verde pubblico, percorsi pedonali e nuovi servizi potrebbe inoltre contribuire a ricucire una zona che oggi vive sostanzialmente come un blocco chiuso e separato dal resto del quartiere. Tra le novità introdotte dopo il confronto pubblico c’è anche l’impegno a organizzare workshop con i cittadini prima della progettazione definitiva, un passaggio che in passato è spesso mancato in molte trasformazioni urbane romane.

I dubbi

L’entusiasmo del Campidoglio, però, non cancella alcuni interrogativi. Il primo riguarda la componente residenziale. La normativa consente che le abitazioni rappresentino fino al 50% della superficie complessiva realizzabile. Questo significa che una quota significativa dell’operazione sarà inevitabilmente legata al mercato immobiliare.  Ed è proprio questo il punto su cui si è già acceso il confronto politico.

Le opposizioni chiedono chiarimenti sulle volumetrie e sul peso effettivo delle nuove costruzioni private all’interno dell’intervento. Il timore espresso da alcuni esponenti politici e da parte dei residenti è che la rigenerazione urbana si traduca soprattutto in nuove edificazioni, con benefici pubblici inferiori alle aspettative iniziali. Un tema particolarmente sensibile in una città dove il mercato immobiliare continua a registrare prezzi elevati e una crescente difficoltà di accesso alla casa per molte famiglie.

La prudenza dei cittadini nasce anche dall’esperienza. Negli ultimi vent’anni Roma ha visto susseguirsi numerosi annunci di grandi operazioni di rigenerazione urbana. Alcune hanno prodotto risultati concreti. Altre sono rimaste bloccate per anni. Il caso più emblematico è probabilmente quello degli ex Mercati Generali di Ostiense, uno dei progetti più attesi della città. Presentato nei primi anni Duemila, è entrato nella fase realmente operativa soltanto nel 2025 dopo oltre vent’anni di ritardi, revisioni e stop amministrativi.  Anche l’operazione dell’ex Fiera di Roma, citata dallo stesso Campidoglio come modello per la Montagnola, ha richiesto tempi molto più lunghi rispetto alle previsioni iniziali. Per questo molti residenti guardano con interesse al progetto, ma evitano facili entusiasmi.

La sfida vera sarà mantenere le promesse

A differenza di molte operazioni del passato, il progetto della Montagnola parte da una condizione favorevole: l’area è già individuata, la cornice urbanistica è stata approvata e l’investimento privato è stato definito. Però mancano ancora i passaggi decisivi: il concorso internazionale, il progetto definitivo, le autorizzazioni esecutive e l’apertura dei cantieri. La partita si giocherà soprattutto su tre aspetti: la qualità degli spazi pubblici realmente fruibili, il rapporto tra nuove costruzioni e servizi per il quartiere e il rispetto dei tempi annunciati.

Per la Montagnola potrebbe essere l’occasione di archiviare definitivamente un’area abbandonata e restituire al quartiere un pezzo importante di città. Ma a Roma la distanza tra una delibera approvata e una piazza realmente inaugurata è spesso molto più lunga di quanto raccontino i comunicati stampa.