Santa Palomba, vende la casa popolare a una coppia, poi li minaccia: mamma, papà e figlioletto fuggono in cantina
Un bilocale venduto ad appena ottomila euro. Solo che il pagamento doveva essere in contanti. E peccato che la casa fosse un alloggio popolare del Comune di Roma. Gli acquirenti, una giovane famiglia arrivata dal Perù in cerca di stabilità, avevano creduto alla promessa di sistemare tutto con il Campidoglio, allettati dalla speranza di avere finalmente una casa, anche se all’estrema periferia della Capitale, a Santa Palomba, a ridosso di Pomezia. E invece la coppia è precipitata in un incubo, fatto di pressioni, minacce e violenza, culminato con una presunta aggressione in cantina.
E ora per questa vicenda la “venditrice”, una 36enne peruviana, è finita sotto processo con l’accusa di estorsione, stalking e lesioni personali.
La falsa vendita della casa popolare
La storia comincia quando una coppia di cittadini peruviani, lui 35 anni, lei 26, arriva in Italia cercando stabilità. Un lavoro, una casa, un futuro per il loro bambino appena nato. Durante la ricerca incontrano una connazionale residente da anni nel quartiere di Santa Palomba, a poca distanza da Pomezia, ma in realtà ancora nel Comune di Roma. All’inizio il rapporto è cordiale e la donna offre loro una stanza in affitto. Poi, dopo qualche mese, arriva una proposta che potrebbe cambiare la loro vita. La 36enne sostiene di poter vendere un appartamento nella stessa strada, un piccolo bilocale di edilizia popolare di proprietà del Comune di Roma. Il prezzo è allettante, 8mila euro di anticipo, il resto, promette, si sistemerà in seguito con l’amministrazione comunale.
La coppia si fida. Versa i soldi. Ma c’è un “dettaglio” che la donna non ha rivelato alla coppia, quella casa non poteva essere venduta. È un alloggio popolare e nessuno dei due aveva il diritto di comprarlo o cederlo.
Dalle minacce all’aggressione
All’inizio sembra funzionare. La famiglia entra nell’appartamento e prova a ricominciare. Ma dopo poche settimane il clima cambia. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la donna inizia a chiedere continuamente denaro e beni: soldi per presunti lavori nell’appartamento, cibo, favori. Le richieste diventano sempre più pressanti. E quando la coppia prova a opporsi, arrivano le minacce. La 36enne sostiene di avere “conoscenze pericolose” in grado di cacciare chiunque dalla casa. Secondo il racconto delle vittime, si tratterebbe di borseggiatori che frequenterebbero la metro di Roma e che vivrebbero nello stesso stabile. Tutto per mettere paura ai due giovani connazionali e costringerli a pagare.
La situazione esplode durante un’assemblea di condominio. Stanchi delle pressioni, marito e moglie decidono di raccontare quello che sta accadendo. Il giorno dopo la corrente dell’appartamento viene staccata improvvisamente. La famiglia, marito, moglie e bambino, scende nei locali della cantina. È lì che, secondo l’accusa, la 36enne li avrebbe aggrediti fisicamente, colpendoli e strattonandoli alla testa. Ed è dopo questo episodio che la coppia decide di presentare denuncia. Il caso finisce sul tavolo della Procura di Roma, dove il pm Pierluigi Cipolla ricostruisce una vicenda fatta di raggiri, pressioni psicologiche e violenza.
Le accuse mosse alla donna sono di estorsione, stalking e lesioni personali. Secondo gli inquirenti avrebbe sfruttato la vulnerabilità di una famiglia straniera per ottenere denaro e controllo sull’alloggio popolare. Il processo è ora in corso. Nelle prossime udienze saranno ascoltati testimoni e parti coinvolte, mentre la difesa della donna prepara la propria versione dei fatti.