Si fa presto a dire: ti faccio causa. La giustizia italiana è sempre più nel caos

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Ti faccio causa. Ci vediamo in Tribunale. Mi risarcirai i danni. Mi costituirò parte civile.

Quante volte sentiamo queste frasi, o molto simili, da parte di chi pensa che la Giustizia, i magistrati italiani, il sistema giudiziario siano pronti ad ascoltare le rivendicazioni dei cittadini per poi rispondere immediatamente e nel modo voluto da loro?

L’articolo 24 della Costituzione è chiaro: Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Questo concetto purtroppo è interpretato in maniera decisamente elastica da molti e, non possiamo negarlo, è facileimbatterci in cause per “questione di principio e un buon avvocato dovrebbe già sconsigliare i propri clienti in tal senso e, magari suggerire di ricorrere ad uno degli strumenti di composizione delle liti quali, ad esempio la mediazione che, peraltro, non brillano per efficacia.

In ogni caso è bene evitare cause che portano ben poco lontano quale quella, giunta addirittura in cassazione, quello della richiesta di danno derivante da una ritenuta estenuante situazione di disagio e di ansia” causata “dal dubbio di aver perso una telefonata importante in arrivo sull’utenza di casa e determinata dalle disfunzioni presenti sulla propria linea telefonica”. Un signore a cui era mancata per alcuni giorni l’utenza telefonica si era rivolto alla Magistratura per vedersi riconoscere un danno esistenziale. Una causa iniziata nel 2008 e che si è conclusa lo scorso novembre in cui la Cassazione ha ribadito che deve escludersi che il danno cd. esistenziale rimanga integrato non già in presenza di uno “sconvolgimento esistenziale” bensì del mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle “abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita”, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità.

Ma conviene davvero ai cittadini rivolgersi alla magistratura?

Tra le stime più attendibili della durata di un processo civile in Italia duri in media 2.656 giorni (527 giorni per il primo grado, 863 giorni per il secondo grado e 1.266 giorni per il giudizio di Cassazione erroneamente ancora da molti definito di terzo grado). Si tratta di circa sette anni e tre mesi ed è un miglioramento rispetto al 2016 quando la durata media era stimabile nei mitici “otto anni” cui giornalisti e commentatori fanno spesso riferimento. 

Inoltre, dobbiamo considerare i costi che, per un cittadino medio, sono diventati proibitivi.

Immaginiamo, ad esempio, il signor Rossi che ha subìto danni nel proprio appartamento per infiltrazioni condominiali per un importo di trentamila euro; somma plausibile e che gli altri condomini non vogliono pagare perché ritengono sia esagerata. Il costo che dovrà affrontare il nostro signor Rossi solo per il contributo unificato, le vecchie marche da bollo, è di € 518,00 a cui si dovranno aggiungere i costi di una consulenza tecnica che il giudice dovrà disporre per verificare leffettività del danno: cause e costi di riparazione. Limporto minimo di una consulenza di ufficio non è inferiore ad € 2.000,00 a cui aggiungere i costi per un consulente di parte. Inoltre il signor Rossi dovrà pagare il suo avvocato per il lavoro svolto confidando che al termine della causa le sue ragioni vengano accolte e che il condominio paghi tutti gli importi dovuti senza obbligarlo a fare pignoramenti (altri costi).

Nel frattempo, si corre il rischio di impugnare delibere assembleari o svolgere altre attività. Quanto viene a incidere tutto ciò sui bilanci di un cittadino?

Per pura curiosità laddove vogliate rivendicare danni per un milione di euro le spese vive da sostenere sono di circa € 1.700,00 e questi valori aumentano di un quarto in secondo grado e raddoppiano in Cassazione.

In quanti, oggi, possono permettersi di spendere queste somme e attendere sette anni per lesito di una causa?

I recenti referendum che non hanno raggiunto il quorum, non erano la soluzione completa ai problemi della Giustizia, maavrebbero dato un importante impulso. La Giustizia deve essere profondamente riformata, perché chi ne paga le spese, sia come costi sociali, sia quando si vede costretto a ricorrervi, è il cittadino.

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