Suburra 2, la serie Netlix fa pace con Ostia e sbarca all’Idroscalo per il set (segreto) di 5 giorni: ecco quando

Ostia, l'Idroscalo, foto Netflix

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Alla fine, Suburra 2, la pluripremiata serie tv Netflix, torna davvero a Ostia: e non con una campagna pubblicitaria considerata provocatoria dall’amministrazione municipale, ma con un set di cinque giorni, dal 26 al 30 gennaio 2026 inclusi, all’Idroscalo di Ostia, un ser che il Nuovo 7 Colli può svelare senza paura di smentita. Un intervento breve ma intenso e ‘segreto’, fatto di riprese, movimenti di mezzi, attori, aree logistiche e una gestione “stretta” degli spazi. Tradotto: una presenza reale, visibile, ma tenuta sotto traccia dopo il gran clamore dei mesi scorsi, con gli strali fini su giornali e tv di tutta Italia. La modalità è quella tipica delle produzioni che vogliono lavorare senza alimentare il rischio di ulteriori polemiche.

Dalle polemiche ai ciak: Netflix cambia passo e torna in punta di piedi

Questo ritorno arriva dopo uno scontro che, a Ostia, ha lasciato il segno lo scorso autunno. E proprio per questo oggi il messaggio connesso al gran ritorno sembrerebbe più politico che cinematografico: la serie rientra in scena con un profilo basso. Dopo la bufera dei manifesti e delle frasi considerate offensive, la strategia sembra cambiata: meno marketing “urlato”, meno provocazione, più concretezza. Il set all’Idroscalo è quasi un atto di realismo: Ostia non si conquista con uno slogan, ma con una presenza che rispetti il territorio e non lo tratti come un’etichetta da attaccare sul muro della metropolitana.

Ostia non ci sta più: la ferita dei manifesti e lo scatto d’orgoglio istituzionale

Il precedente è chiaro e ancora recente: quando la campagna di lancio ha associato Ostia a un immaginario cupo e degradato, la reazione è stata immediata. Comune e Municipio si sono mossi all’unisono, parlando di immagine denigrata e di comunità umiliata. Non era solo una questione di sensibilità: era un problema di rappresentazione pubblica. Ostia negli ultimi anni prova a rimettere insieme reputazione e futuro, e quel tipo di comunicazione è stato percepito come una scorciatoia cinica. Da lì, le richieste di ritiro, i toni duri, la difesa esplicita di un territorio che non vuole essere raccontato solo attraverso il filtro della criminalità.

Non è solo fiction: il peso economico e simbolico delle riprese

Ma sarebbe ingenuo ridurre tutto a “offesa sì, offesa no”. Perché dietro una serie così c’è una macchina che muove lavoro, servizi, indotto, visibilità. E c’è un punto che la politica conosce bene: Roma vive anche di immaginario, e chi controlla l’immaginario spesso controlla il racconto della città. Le riprese non sono un hobby: sono industria culturale, sono occupazione, sono attenzione internazionale. Il problema, però, è che la ricaduta economica non cancella l’effetto simbolico. Ostia può anche accettare la presenza di una produzione importante, ma non accetta più di essere ridotta a scenografia del peggio. È questo il cambio di passo: non rifiutare il cinema, ma pretendere rispetto.

Il confine sottile: raccontare Roma senza trasformare Ostia in un marchio dell’illegale

E qui sta la partita vera. Il confine sottile tra racconto e stigma. Tra finzione e marchio permanente. Suburra funziona perché parla di potere, intrecci, ambiguità, zone grigie: il punto è che Ostia non vuole più essere “la zona grigia per definizione”. La città non contesta la libertà artistica, contesta l’uso pigro degli stereotipi. Perché quando lo stereotipo si ripete, diventa etichetta; quando diventa etichetta, diventa danno. E allora il set autorizzato per cinque giorni all’Idroscalo è anche un test politico: si può tornare qui senza riaprire una ferita? Si può raccontare senza semplificare? Si può girare senza “brandizzare” un territorio?