Totti-Roma, Ranieri rompe il lungo silenzio: i Friedkin (quasi) pronti a riaprire la porta all’ex capitano
Se davvero la proprietà americana aprirà la porta, il ritorno di Totti non sarebbe una passerella nostalgica ma una scelta di potere: lo ha lasciato intendere Ranieri in tv e da quel momento la città ha ricominciato a discutere di una sola cosa.
La scintilla in diretta che riaccende Roma
È bastata una frase, pronunciata con la calma di chi sa come funzionano i palazzi, per rimettere in moto il romanzo infinito: Claudio Ranieri, intervistato da Sky Sport, ha spiegato che i Friedkin “ci stanno pensando” e che del resto Totti “è parte del club”. Tradotto: non è una suggestione da bar, è un’ipotesi sul tavolo della proprietà. E quando il tavolo è quello giusto, a Roma il rumore diventa boato: dalle radio ai social, dai bar agli uffici, l’argomento si mangia tutto il resto.
Per i Friedkin non è nostalgia: è un atto politico
In politica lo chiamano “ricucire il patto” con il popolo. Nel calcio, con una piazza che vive di simboli e diffida delle formule, è la stessa identica cosa. Un eventuale rientro di Totti sarebbe un messaggio interno ed esterno: alla tifoseria (“vi abbiamo ascoltato”), allo spogliatoio (“qui la storia pesa”), al sistema calcio (“la Roma vuole stabilità”). Non è romanticismo: è gestione del consenso. E Ranieri, parlando di progetto e programmazione, ha di fatto certificato un punto: la società ragiona per cicli, non per fiammate. Ed è proprio qui che un’icona può diventare architrave, oppure cortocircuito.
Il nodo vero è il ruolo: niente figurine, o salta tutto
Qui arriva il pepe. Perché la domanda non è “torna?”, ma “a fare cosa?”. A Trigoria le icone funzionano solo se hanno deleghe e confini. Altrimenti diventano parafulmini: utili quando va bene, colpevoli quando va male. E infatti l’ipotesi che circola con più insistenza è una sola: Totti non rientrerebbe per fare presenza, ma per incidere davvero. La Roma, però, dovrebbe evitare l’errore più romano di tutti: annunciare il simbolo e lasciare vuoto il contenuto. Perché la città perdona i limiti tecnici, non perdona le sceneggiate.
Il precedente che brucia: l’addio del 17 giugno 2019
C’è poi la memoria, che a Roma non passa mai di moda. Totti lasciò la dirigenza il 17 giugno 2019, con parole durissime e una sensazione rimasta appiccicata addosso al club: essere stato messo ai margini, non coinvolto, quasi “tollerato” più che valorizzato. Non era solo lo sfogo di un grande ex: era una frattura politica tra il simbolo e il comando. Per questo oggi l’eventuale ritorno sotto i Friedkin avrebbe un sapore diverso: sarebbe la risposta, tardiva ma netta, a una ferita che la città non ha mai davvero cicatrizzato.
Da leggenda a dirigente: la prova del nove per “cosa fare da grande”
Il punto, però, è crudele e insieme inevitabile: l’aura non basta più. Totti è un capitale emotivo enorme, ma un club moderno vive di processi, competenze, filiere decisionali. Il passaggio da monumento a dirigente richiede metodo: area tecnica, scouting, relazioni istituzionali, rappresentanza internazionale, capacità di leggere numeri e scenari. E soprattutto una qualità che in politica è tutto: saper stare dentro una catena di comando senza diventarne prigioniero. Se rientra, dovrà dimostrare di voler essere utile, non venerato. E la Roma dovrà dargli un perimetro vero, non una poltrona da copertina.
Cosa può succedere adesso: il finale dipende da una delega
Oggi c’è un fatto: la proprietà sta valutando. Il resto è negoziazione, e le negoziazioni serie non fanno rumore finché non sono chiuse. Se l’operazione andrà avanti, i passaggi sono obbligati: incontro riservato, definizione del ruolo, comunicazione coordinata, e soprattutto un patto chiaro su responsabilità e autonomia. Perché il ritorno di Totti, a differenza di una campagna abbonamenti, non ammette mezze misure: o è sostanza o è boomerang. E in una città che vive di simboli, i simboli — quando li maneggi male — diventano dinamite.