Ucraina, la guerra irrompe nelle stanze dei nostri ragazzi con i videogiochi
La tragedia della guerra in Ucraina entra nelle case dei più giovani. E non lo fa usando i media convenzionali, come Internet e i telegiornali, ma attraverso i videogiochi. Infatti molte società che li producono hanno sospeso le vendite in Russia. E la Epic Games, creatrice di Fortnite, ha già raccolto 50 milioni di dollari da devolvere agli ucraini. Ma ci sono aziende che decidono non solo di aggiornare i propri videogame, ma addirittura di “attualizzarli”, ovvero ambientandoli all’interno della più stretta attualità. Trasponendo ambientazioni tradizionali, che di solito sono quelle della II Guerra Mondiale, negli scenari di oggi, quelli di Kiev o di Kharkiv. E’ il caso di “This War of Mine” della polacca “11 Bit Studios”, che ha riadattato il pluripremiato gioco del 2014 al conflitto in atto e che ha avuto un picco enorme di vendite dopo l’attacco di Putin.
Ma i videogiochi non sono un inno alla guerra
Anche se i dubbi restano, non si pensi, tuttavia, che la riduzione del videogioco all’attualità sia un inno alla guerra. O un insegnamento alla risoluzione inevitabilmente in modalità bellica di alcune controversie altrimenti non affrontabili. Non è così, per lo meno nelle intenzioni e stando a ciò che afferma il capo della comunicazione della casa di produzione Pawel Miechowski. Secondo cui il gioco “fa capire alle persone cosa sta succedendo dall’altra parte del confine ed è questo il nostro unico scopo”. E in effetti, il protagonista del videogame è una vittima della guerra. Un ragazzo che con l’aiuto di un adulto va alla ricerca di sua madre, dispersa dopo un bombardamento. Se la tecnologia immersiva cerca di fare empatizzare i giovani con il dramma dei civili, non è detto che un videogioco di ambientazione bellica sia propriamente educativo.
Parlano gli esperti di videogiochi
D’accordo sui dubbi che tesi di questo genere inevitabilmente suscitano è l’esperto di videogame Daniele Caselgrandi. Che spiega che “questo tipo di prodotti nasce dopo aver svolto studi approfonditi e che hanno la certificazione Pegi con l’indicazione dell’età degli utenti a cui si rivolgono. Esiste, nel progettarli, un’analisi psicologica rispetto ai messaggi che i videogiochi veicolano. Ma certo – ammette – possono essere educativi così come diseducativi, dipende sia da chi li produce ma anche da chi li utilizza. Dato che in fin dei conti gli utenti proiettano nel videogioco la propria realtà. Non credo che videogame come quello polacco insegnino ai ragazzi a risolvere i problemi ricorrendo alla violenza.
Perché ciò dipende dalla loro educazione e non dal mezzo che usano e che deve essere circoscritto al gioco. Non penso che sia il videogioco ad avvicinare o ad allontanare dalla guerra, in quanto ciò dipende invece dagli atteggiamenti propri dell’essere umano e che prescindono dal gioco. Umberto Eco diceva che, quando giocano alla guerra, i bambini sono consapevoli del fatto che si tratti di un gioco. Mentre fare la guerra, prendere e puntare per davvero un’arma, è tutt’altra cosa”.
(di Cristiano Camera per Adnkronos)