Altro che calcio, l’Italia dell’atletica domina il medagliere d’Europa: Tamberi e Iapichino simboli di un modello che funziona


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L’Italia sportiva che oggi detta legge in Europa non indossa gli scarpini. Corre, marcia, lancia e salta. A Birmingham gli azzurri hanno chiuso gli Europei di atletica in testa al medagliere con 22 medaglie, 10 delle quali d’oro, davanti alla Gran Bretagna. Nello stesso 2026, la Nazionale maschile di calcio ha mancato il Mondiale per la terza volta consecutiva. Non è una provocazione: sono due risultati messi uno accanto all’altro.

Tamberi, il talento che non vive di rendita

Gianmarco Tamberi è forse il simbolo più efficace di questa Italia. A Birmingham ha conquistato il terzo titolo europeo consecutivo nel salto in alto, tornando ancora una volta sul gradino più alto dopo anni di successi, ma anche gravi infortuni e ripartenze.

È qui che l’atletica racconta qualcosa che al calcio sembra mancare: la capacità di trasformare il talento in continuità. Nel salto in alto il curriculum non vale centimetri e il blasone non sposta l’asticella. Ogni gara ricomincia da zero. Un principio semplice, quasi brutale, che nello sport più ricco del Paese rischia talvolta di perdersi dietro mercato, quotazioni e aspettative economiche.

Iapichino, sette metri senza alibi

Poi c’è Larissa Iapichino, immagine di una generazione che sta costruendo il proprio posto tra i grandi. A Birmingham ha vinto il lungo con 7 metri esatti, centrati al primo salto, precedendo di un centimetro la britannica Jazmin Sawyers. Le prime tre sono rimaste racchiuse in appena due centimetri.

Quel centimetro racconta molto: nell’atletica non esiste quasi mai un diritto acquisito alla vittoria. Non basta il nome, non basta la visibilità. Bisogna arrivare sulla pedana e produrre un risultato misurabile. Iapichino ha fatto sette metri. Punto.

Meno denaro, più risultati

Sarebbe sbagliato dipingere gli atleti come dilettanti romantici: i campioni possono contare su sponsor, premi, gruppi sportivi e strutture federali. Ma la dimensione economica dei due mondi resta imparagonabile. Il bilancio preventivo FIDAL 2026 è di circa 34,35 milioni di euro; il calcio professionistico italiano, invece, registra perdite annue superiori a 730 milioni e un indebitamento complessivo di circa 5,5 miliardi.

Il punto non è quanto guadagnino Tamberi e Iapichino rispetto a un centravanti. È un altro: quanto costa produrre risultati e quanto quei risultati arrivino davvero.

Il calcio davanti allo specchio

Che un grande calciatore guadagni milioni non è di per sé uno scandalo: il calcio genera ricavi enormi. Il problema nasce quando a quelle risorse non corrisponde un rendimento internazionale proporzionato. Nel marzo 2026 l’Italia è rimasta fuori dal Mondiale per la terza edizione consecutiva, dopo le assenze del 2018 e del 2022.

Tre Mondiali mancati non sono più una giornata storta. Cominciano ad assomigliare a un problema strutturale.

L’atletica non è più un’eccezione

Birmingham dice soprattutto questo: non siamo davanti al miracolo di due campioni isolati. L’Italia ha conquistato dieci ori, con Nadia Battocletti protagonista nei 5.000 e nei 10.000, insieme a Leonardo Fabbri, Dariya Derkach, Massimo Stano, Sofia Fiorini, Andy Diaz e alla 4×400 maschile.

Tamberi e Iapichino sono le copertine, ma dietro c’è ormai una squadra. Ed è forse questa la notizia più importante: l’atletica italiana dà sempre più l’impressione di vincere non nonostante il sistema, ma grazie a un sistema.

Il calcio non deve imitare l’atletica nei mezzi. Potrebbe però osservarne il metodo: più formazione, più pazienza nel costruire talento, meno dipendenza dal nome e più selezione attraverso il rendimento.

Per anni abbiamo chiamato “sport minori” discipline che occupavano meno spazio in televisione. Oggi Tamberi salta, Iapichino vola e l’Italia dell’atletica guarda l’Europa dall’alto. Il calcio, quello che avrebbe tutto per essere il gigante dello sport italiano, è rimasto ancora una volta a guardare.