Benedetta Tv – Vittorio Sgarbi torna al Salone del Libro dopo il ‘caso Manetti’: assolto, resta unico e insostituibile
Vittorio Sgarbi è tornato in pubblico, davanti a giornali e televisioni, dopo mesi di silenzio e fragilità: l’occasione è stata il Salone del Libro di Torino, domenica pomeriggio 17 maggio. Non è stata una semplice apparizione. È sembrato il rientro in scena di un uomo passato attraverso una stagione durissima: giudiziaria, mediatica e personale. L’applauso del Lingotto, lungo e in piedi, non ha salutato soltanto il ritorno del personaggio televisivo e politico, ma anche il critico d’arte che per decenni ha portato Giotto, Caravaggio, Pasolini e i maestri dimenticati dentro il linguaggio popolare della tv.
I fatti prima del rumore
Il dato principale è uno: sul caso del quadro di Rutilio Manetti, La cattura di San Pietro, Sgarbi è stato completamente assolto dall’accusa di riciclaggio. La Procura aveva chiesto una condanna, il giudice ha deciso diversamente. È un punto centrale, perché restituisce ai fatti il loro peso prima del rumore, delle ricostruzioni, delle polemiche e dei processi mediatici.
L’inchiesta e il confine
La vicenda aveva acceso un enorme riflettore mediatico su Sgarbi, con toni durissimi e un’esposizione pubblica prolungata. È il mestiere dell’inchiesta: cercare, scavare, disturbare. Ma il problema nasce quando il dubbio diventa “atmosfera di colpevolezza” e la domanda giornalistica viene percepita come una “sentenza anticipata”. È lì che il confine tra controllo democratico e processo mediatico diventa sottilissimo.
La ferita privata
Alla stagione delle accuse è seguito un periodo di profonda fragilità personale. Sgarbi ha attraversato la depressione, il silenzio, l’esposizione dolorosa di vicende familiari che avrebbero meritato più pudore. Salute, affetti, rapporti privati: tutto è finito nel circuito mediatico. E qui la questione non riguarda più soltanto Sgarbi, ma il limite che una società dovrebbe riconoscere tra informazione e accanimento, anche davanti a un personaggio estremamente pubblico come lui.
L’altro Sgarbi
A Torino si è rivisto un Sgarbi diverso: meno teatrale, meno aggressivo, più essenziale, ma sempre unico e insostituibile nell’analisi dell’arte e della pittura. Non è sparita la sua intelligenza critica, né la sua cultura profonda; sembra piuttosto che lui si sia spogliato di molte armature. La provocazione ha lasciato spazio a qualcosa di più raro: una fragilità pubblica che non chiede indulgenza, ma solo ascolto.
La lezione
Sgarbi non va santificato. Ha diviso, provocato, esasperato. Ma anche i personaggi ingombranti hanno diritto alla misura. Anche chi ha vissuto di parole taglienti non può essere travolto da accuse che, alla prova del giudizio, non hanno retto. Se oggi si sta rialzando, gli va augurato ogni bene.
E al giornalismo resta una lezione severa: l’inchiesta è nobile quando cerca la verità. Quando invece si accontenta del processo politico fine a se stesso, con fondamenta fragili come creta, magari utile solo a qualche convenienza di parte, e poi viene smontata dai fatti, smette di essere controllo democratico e diventa uno dei peggiori mali della società.