Case popolari, il pasticcio delle 12846 lettere di agosto di Æqua Roma: il Campidoglio costretto a riesaminare tutti i conti
Roma ha prima inviato migliaia di richieste per recuperare le morosità delle case popolari e poi, davanti alle incongruenze emerse, ha allungato i tempi e aperto verifiche individuali sulle somme contestate. È questa la sequenza che accompagna il caso delle lettere spedite durante l’estate agli inquilini ERP attraverso Æqua Roma.
Migliaia di lettere partite ad agosto
Il caso esplode nel pieno dell’estate. Le comunicazioni riguardano 12.846 diffide a pagare e quasi 3mila atti di costituzione in mora, nell’ambito di una partita complessiva sulle morosità ERP che vale centinaia di milioni di euro.
Le organizzazioni degli inquilini protestano immediatamente, contestando non soltanto l’entità delle somme richieste, ma anche la ricostruzione di alcune posizioni e la scelta di far partire le comunicazioni nel mese di agosto.
Poi emergono le incongruenze
Il problema non riguarda soltanto l’ammontare dei debiti. Il presidente della Commissione capitolina Patrimonio e Politiche abitative, Yuri Trombetti, riconosce pubblicamente l’esistenza di “discrepanze” nelle posizioni esaminate.
Tra i casi portati all’attenzione degli uffici emerge anche quello di una donna alla quale sarebbe stato richiesto un debito riferito a un periodo precedente di molti anni al suo ingresso nell’alloggio.
A quel punto il Dipartimento Patrimonio apre la strada a controlli più approfonditi su pagamenti già effettuati, domande di sanatoria pendenti e possibili errori nella ricostruzione delle somme dovute.
Dai 60 giorni ai 180
Ed è qui che la procedura cambia passo.
Per gli atti collegati alla riscossione coattiva i termini vengono prorogati da 60 a 180 giorni, mentre viene predisposta una task force per ricevere gli inquilini e ricostruire le singole posizioni attraverso la documentazione disponibile.
Gli uffici chiariscono inoltre che le diffide non determinano automaticamente l’avvio della riscossione coattiva e che ogni posizione dovrà essere verificata prima di procedere oltre.
Se l’atto è sbagliato, viene annullato
Il passaggio più delicato riguarda gli atti di costituzione in mora.
La linea indicata dagli uffici è chiara: quando dalle verifiche emergono vizi, errori o disallineamenti, l’amministrazione può intervenire in autotutela e annullare l’atto contestato.
Non significa cancellare automaticamente i debiti né fermare il recupero delle morosità. Significa però che la procedura partita in estate non viene più trattata come un percorso lineare e indistinto per tutti.
Il Campidoglio corregge la rotta
Il punto politico-amministrativo sta proprio qui.
Prima partono migliaia di comunicazioni. Poi emergono le incongruenze. Infine arrivano l’allungamento dei termini, le verifiche caso per caso e la possibilità di annullare gli atti errati.
Il recupero delle morosità resta in piedi. Ma la macchina avviata ad agosto viene corretta in corsa dagli stessi uffici capitolini.
Ed è questo, al di là delle formule politiche, il dato più difficile da contestare: Roma Capitale ha dovuto rendere più prudente una procedura che era partita con tempi e modalità molto più rigidi.
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