Centrale del Latte di Roma, 2 consiglieri si dimettono dopo il buco da 10,7 milioni: CDA da rifare prima della ‘svendita’

Roma, sullo sfondo un momento del ciclo produttivo presso la Centrale del Latte, in primo piano, da sinistra, la vicesindaco e assessore al Bilancio Silvia Scozzese, il sindaco Roberto Gualtieri

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Roma, il Cda-Consiglio di Amministrazione della Centrale del Latte era già arrivato alla fine del mandato con l’approvazione del bilancio 2025 chiuso con 10,7 milioni di rosso (come da noi ricostruito minuziosamente nei mesi scorsi) e il Campidoglio ne aveva rinviato il rinnovo: ora le dimissioni inaspettata di due consiglieri (annunciate al Sole 24 Ore) fanno scattare la clausola statutaria che porta alla decadenza dell’intero Consiglio e obbligano il Campidoglio a riaprire la partita delle nomine, ma soprattutto a farlo prima della possibile (s)vendita della società preannunciata dall’Amministrazione capitolina. L’appuntamento è già fissato: il 15 ottobre l’assemblea degli azionisti dovrà prendere atto della nuova situazione e nominare Cda, presidente e Collegio sindacale.

Due dimissioni fanno saltare il vecchio equilibrio

L’ultima scossa è arrivata dai due rappresentanti di Finlatte, Nicolò Carandini ed Enrico Scorsolini. Le dimissioni sarebbero state formalizzate il 29 luglio, ma rilanciate il 18 agosto dal Sole 24 Ore. Lo Statuto della Centrale non lascia molto spazio alle interpretazioni: se cessano dalla carica due o più amministratori, l’intero Consiglio si considera decaduto, con effetto dall’assemblea che deve essere convocata per eleggere i nuovi vertici.

Il 15 ottobre il Campidoglio non può più rinviare

E quella assemblea ora ha una data precisa: 15 ottobre 2026. All’ordine del giorno risultano la presa d’atto della decadenza del Cda, la nomina del nuovo Consiglio, quella del presidente e il rinnovo del Collegio sindacale.

Una scadenza che rimette inevitabilmente il Campidoglio al centro della scena: Roma detiene infatti l’81,73% della società. Finlatte possiede circa il 16%, mentre la quota restante è riconducibile alle cooperative dei produttori.

Il Cda era già scaduto, ma Roma aveva preso tempo

Il dettaglio più pesante arriva però dagli stessi atti capitolini. Con la delibera di Giunta n. 171 del 28 maggio scorso, Roma aveva scritto nero su bianco che, con l’approvazione del bilancio 2025, terminava il mandato del Consiglio di amministrazione e occorreva procedere al rinnovo.

Eppure la Giunta Gualtieri aveva dato mandato al proprio rappresentante di chiedere il rinvio della nomina a una successiva assemblea. Lo stesso rinvio era stato disposto per il Collegio sindacale.

Tre mesi dopo, le dimissioni dei due consiglieri Finlatte hanno cambiato completamente lo scenario: la partita lasciata sospesa dal Campidoglio non può più restare congelata.

Il macigno dei conti: perdita da 10,76 milioni

Dietro la crisi della governance resta quella dei numeri. Il bilancio 2025 ha certificato una perdita di 10.760.200 euro, dopo il rosso di circa 2,44 milioni del 2024. Per coprire il risultato negativo, Roma aveva autorizzato l’utilizzo delle riserve disponibili e, per l’eventuale parte residua, degli utili futuri. Revisori e Collegio sindacale non hanno contestato la correttezza del bilancio, ma hanno richiamato l’attenzione sulla pianificazione finanziaria, sul contenimento strutturale dei costi e sul possibile rischio di difficoltà finanziarie future.

Non siamo quindi davanti a un dato genericamente definibile come “debito”, ma a una perdita d’esercizio molto pesante che segue un altro esercizio già chiuso in rosso.

La vendita resta sul tavolo: scadenza fissata a fine 2026

Ed è qui che torna il nodo più delicato: il futuro proprietario della Centrale del Latte di Roma. Negli atti di Roma la partecipazione è ancora inserita nel percorso di razionalizzazione attraverso una cessione a titolo oneroso, ossia una vendita. Salvo differenti sviluppi del contenzioso giudiziario. La delibera capitolina di maggio ricorda espressamente che il termine (per la decisione) è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026. Non significa che esista già una vendita né, tantomeno, che sia già stabilito un prezzo. Significa però che la dismissione è formalmente ancora sul tavolo.

È proprio qui che nasce il rischio di una vendita in condizioni decisamente poco favorevoli: non una “svendita” già dimostrata, ma uno scenario da valutare alla luce di perdite crescenti, vertici da ricostruire e contenzioso ancora aperto a livello giudiziario e di governance, come dimostra la dimissione forzata dei due consiglieri.

Prima l’udienza, poi il nuovo Cda: ottobre diventa decisivo

Il calendario mette ora in fila due date destinate a pesare sul futuro della società. Il 5 ottobre è indicata la prossima udienza del contenzioso che riguarda il pacchetto del 75% delle azioni e i rapporti con Parmalat; appena dieci giorni dopo, il 15 ottobre, gli azionisti dovranno scegliere i nuovi vertici della Centrale.

Nel 2023 il ritorno della maggioranza delle quote a Roma era stato presentato da Gualtieri come l’inizio di una nuova fase industriale e il Comune annunciava la ricerca di una forte partnership privata per garantire lo sviluppo dell’azienda. Tre anni dopo, il Campidoglio arriva all’autunno 2026 con un Cda da rifare, oltre 10 milioni di perdita nell’ultimo esercizio, una cessione programmata e una battaglia giudiziaria non ancora conclusa.

Questa volta, però, il rinvio delle nomine deciso a maggio è finito: il 15 ottobre Roma dovrà scoprire le carte.