Colarossi decade da consigliere della Regione Lazio: la ‘legge Lotito’ non basta, Rocca perde un consigliere

A sinistra Lotito, a destra l'ex consigliere decaduto

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Marco Colarossi deve lasciare il Consiglio regionale del Lazio. La Corte d’Appello di Roma ha chiuso la partita quest’oggi 5 giugno, confermando la decisione di primo grado: ineleggibile, decaduto, fuori dalla Pisana. Al suo posto entra Vincenzo D’Antò, il candidato del Movimento 5 Stelle che per tre anni ha rivendicato quel seggio.

Non è solo una vicenda giudiziaria. È una botta politica. Colarossi, eletto con il M5S e poi passato a Forza Italia, era ormai un consigliere della maggioranza che sostiene Francesco Rocca. La sua uscita sposta un voto dal centrodestra all’opposizione.

Il vizio d’origine

Tutto nasce dalle elezioni regionali del febbraio 2023. Colarossi si candida con il Movimento 5 Stelle e viene proclamato eletto. Ma nella legislatura precedente aveva lavorato in Regione con un incarico a tempo determinato accanto all’allora assessora Valentina Corrado.

Per candidarsi avrebbe dovuto dimettersi entro i termini. La lettera porta la data dell’11 gennaio, ma viene protocollata solo il 20 febbraio. Troppo tardi. Per i giudici conta l’efficacia formale dell’atto, non la versione politica della vicenda. Il datore di lavoro era la Regione Lazio, non l’assessora di turno.

La legge Lotito non basta

A provare a blindare Colarossi era arrivato anche Claudio Lotito. Senatore di Forza Italia, patron della Lazio, uomo abituato a muoversi tra Parlamento, partito e pallone. Nel 2024, nel decreto elezioni, era spuntata una norma letta da molti come un paracadute costruito da Lotito su misura per il consigliere azzurro suo protetto.

Ma il salvagente è affondato. La Corte d’Appello ha stabilito che quella norma valeva per il 2024 e non poteva cancellare retroattivamente il vizio nato nel 2023. Appello respinto, decadenza confermata, nuove spese legali a carico di Colarossi.

Il momento nero di Lotito

La caduta di Colarossi arriva mentre Lotito è già sotto pressione su altri fronti. La Lazio vive settimane pesantissime: tifosi in sciopero da mesi, Curva Nord vuota nel derby perso con la Roma, finale di Coppa Italia persa malamente con L’Inter, contestazione sempre più dura.

Anche il progetto del nuovo stadio al Flaminio resta in salita, stretto tra vincoli architettonici e ostacoli amministrativi che sembrano difficili da aggirare. Doveva essere la grande operazione del rilancio. Per ora è un altro terreno minato.

Dalla curva alla politica

La protesta contro Lotito ha superato da tempo i confini dello stadio. I manifesti affissi a Roma e provincia contro Forza Italia, con l’invito a non votare gli azzurri finché Lotito resterà nel partito, hanno creato imbarazzo politico. Un attacco diretto a un senatore nato a Roma, presidente della Lazio, ma eletto in Molise.

Poi è arrivato anche Tommaso Paradiso, tifoso biancoceleste, a chiedere pubblicamente che qualcuno salvi la Lazio da Lotito. Calcio, partito, Regione, stadio: tutto si intreccia. E la decadenza di Colarossi non è più solo una pagina amministrativa. È un altro colpo in una stagione in cui, per Lotito, ogni partita sembra più difficile della precedente.