Consob e Antitrust, centrodestra nel caos: Meloni frena Tajani, Lega furiosa dopo il caso Freni
La partita nazionale sulle Authority si è trasformata in un problema politico per tutto il centrodestra. Dopo il passo indietro di Federico Freni dalla corsa alla presidenza della Consob, lo schema che sembrava reggere l’equilibrio tra alleati è saltato. La Lega perde il suo candidato, Forza Italia prova a rilanciare sull’Antitrust, Fratelli d’Italia osserva con irritazione crescente. E Giorgia Meloni, ancora una volta, è costretta a fare da arbitro in una maggioranza che sulle nomine mostra tutte le sue crepe.
Il blitz di Tajani sull’Antitrust
Il nodo nasce dal tentativo di Antonio Tajani di portare Forza Italia alla guida dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Sul tavolo viene fatto circolare il nome di Maurizio Casasco, deputato azzurro e profilo molto vicino ai vertici del partito. Una mossa politicamente pesante: dopo aver contestato Freni alla Consob perché considerato troppo politico, FI propone a sua volta un parlamentare per un’altra Authority chiave. Ed è qui che la contraddizione diventa benzina sul fuoco.
Meloni prende tempo e ferma lo schema
La premier non chiude formalmente la porta, ma frena. Il motivo è semplice: assegnare ora l’Antitrust a Forza Italia significherebbe riconoscere agli azzurri una casella di peso dopo aver visto cadere il nome leghista per la Consob. Per Matteo Salvini sarebbe uno schiaffo politico. E Meloni lo sa. Per questo il vecchio equilibrio — Consob alla Lega, Antitrust a Forza Italia — non regge più. Prima serve una compensazione. Altrimenti la crepa diventa voragine.
La Lega non vuole restare a mani vuote
Il Carroccio vive il ritiro di Freni come una sconfitta subita, non come una scelta neutra. Il sottosegretario all’Economia si è fatto da parte per evitare uno scontro ancora più duro, ma dentro la Lega il malumore resta. Il messaggio politico è netto: se Freni è stato stoppato, nessun candidato di Forza Italia può passare come se nulla fosse. È il punto più delicato della trattativa. Salvini non può permettersi di incassare il veto degli azzurri e poi vedere Tajani conquistare l’Antitrust.
Anche dentro FI crescono i dubbi
La mossa di Tajani non convince nemmeno tutti in casa azzurra. L’obiezione è elementare e politicamente insidiosa: come si può bocciare Freni perché uomo di governo e poi spingere Casasco, parlamentare di Forza Italia, verso l’Antitrust? Il cortocircuito è evidente. Una parte del partito teme che il pressing sulla nuova Authority finisca per isolare FI, irrigidire la Lega e mettere Meloni nella condizione di bloccare tutto. Così la partita delle nomine diventa anche una partita interna agli azzurri.
FdI irritata: “bruciato” un nome forte
Nel mezzo resta Fratelli d’Italia. I meloniani non avevano interesse a trasformare la Consob in un campo minato, né a consegnare alla maggioranza l’immagine di una coalizione paralizzata dalle poltrone. Il caso Freni lascia l’amaro in bocca anche a una parte di FdI: il nome del sottosegretario era considerato autorevole e spendibile. Ora, invece, la candidatura è stata consumata nel tritacarne dei veti incrociati. Un danno politico prima ancora che istituzionale.
Authority strategiche, non semplici caselle
La posta in gioco non è secondaria. La Consob vigila sui mercati finanziari, mentre l’Antitrust interviene su concorrenza, consumatori, pratiche commerciali scorrette e conflitti di interesse. Per questo le nomine non sono mai soltanto tecniche. Sono scelte di potere, equilibrio e credibilità istituzionale. Il problema, per il governo, è che questa volta l’equilibrio sembra essersi rotto prima ancora della decisione finale.
Il centrodestra cerca una via d’uscita
Meloni deve trovare una soluzione che non umili Salvini, non faccia esplodere Tajani e non esponga FdI all’accusa di gestire le Authority come un risiko di maggioranza. Ma il margine è stretto. La Lega chiede rispetto dopo il caso Freni, Forza Italia rivendica spazio, Fratelli d’Italia vuole chiudere senza altri incidenti. Il risultato, per ora, è lo stallo. E la fotografia politica è chiara: sulle nomine Consob e Antitrust il t non ha ancora trovato il punto di caduta.