Dietro la morte di Archie: quella tragica sfida sui Social di cui nessuno parla

Archie morte

La notizia della morte di Archie Battersbee, nonostante la battaglia dei genitori, è una tragedia che è stata amplificata dall’eterno e infinito dibattito sul mantenimento in vita di chi, come il dodicenne britannico, era stato dichiarato in stato di morte cerebrale e di chi, come lui, è ridotto ad uno stato vegetativo o destinato ad un’esistenza collegata a macchinari che garantiscono nutrimento e ventilazione al corpo.

Nell’auspicare che la prossima legislatura compia un gesto coraggioso ed emani una legge che fornisca una soluzione non su basi demagogiche al problema dell’eutanasia e il fine vita,  anche a fronte dell’ultimo recente episodio che ha visto coinvolto Marco Cappato,si deve porre in evidenza che, anche in questo caso, la causa principale della morte del ragazzo inglese è da attribuirsi ai social.

Archie è almeno il settimo giovanissimo morto per avere accettato una sfida su TikTok: la “Blackout Challenge: riprendersi mentre si trattiene il fiato per poi lanciare il video sulla piattaforma social e chi trattiene più a lungo può sperare di vincere un maggior numero di like e condivisioni ed avere il suo momento di gloria per poi essere (purtroppo) emulato da molti altri adolescenti. Non dimentichiamo che tutti i giovanissimi morti per queste sfide avevano meno di quindici anni; due di loro addirittura meno di dieci anche se l’età minima richiesta per accedere a TikTok è tredici anni senza peraltro che vi siano concrete possibilità di controllo.

La morte di Archie causata da una sfida su TikTok di cui nessuno parla

Negli Stati Uniti sono state già intentate almeno due cause contro TikTok per accertarne la responsabilità nella morte dei giovani. 

Blackout Challenge, ma anche la Skull Break challenge che vede la vittima di uno “scherzo” sgambettata a terra da due complici o, ancora, la sfida a chi ingurgita più alcool o si bagna gli occhi con miscele di schiuma da barba e candeggina per finire al salto dalla cabinovia e, non ultima, quella di ingerire Benadryl. In Italia una bambina di dieci anni di Palermo è deceduta per una di queste sfide.

Inoltre la piattaforma cinese è stata più volte messa sotto accusa in ordine ai rischi che comporta per i dati personali degli utenti e, addirittura, induzione alla pedopornografia. Per questo anche il Garante italiano ha lanciato un allarme e in India TikTok è stato messo al bando.

Ancora una volta il social più di tendenza tra i giovanissimi è stata la causa determinante di una tragedia che, come tutte quelle che l’hanno preceduta, doveva essere evitata. I social si dimostrano una volta di più strumento che deve essere gestito e viene lasciato invece in mano a chi non sa usarlo ed è inconsapevole dei rischi che corre e fa correre specialmente ai più giovani, a chi non riesce a comprendere i messaggi che giungono sul suo schermo.

Maggior controllo da parte delle famiglie che devono essere i primi guardiani, prima ancora di un software che può essere facilmente aggirato da chi è nato con lo smartphone in mano. I genitori dovrebbero impedire ai loro figli di accedere ad una piattaforma ormai notoriamente pericolosa mentre, a quanto pare, sono loro a spingere i figli in questa direzione.

Una maggiore consapevolezza sarebbe necessaria insieme ad un’informazione mirata e anche la scuola dovrebbe dare il suo contributo. Ma la rete è già piena di informazioni, notizie, articoli specialistici e non, che rendono edotti della pericolosità di questa piattaforma che ha quasi un miliardo di utenti ed è in costante crescita con un incredibile appeal specialmente sui giovanissimi. Anonymous ha già invitato tutti a disinstallare l’applicazione ed avvertito che TikTok è in realtà uno strumento di spionaggio controllato dal governo cinese. 

Nei più giovani è poi insito accettare il brivido della sfida. Lo fanno gli adulti, magari accettando di incontrare lo sconosciuto con cui hanno parlato per mesi e scoprire che in realtà si tratta di un’altra persona, diversa da come si era presentata. Lo fanno ovviamente i più giovani che, finalmente lontani dal controllo dei genitori possono lanciarsi in queste assurde sfide. Molti messaggi su TikTok invitano i “vecchi”, quelli sopra i trent’anni, a tornare su Facebook o altri social da matusa.

Forse è davvero il momento di pensare ad un’agenzia sovranazionale che controlli e disciplini la vita in rete. E per vita si intende non solo quella all’interno del web, ma quella reale che, anche nel caso della morte di Archie è terminata per una follia di moda tra gli adolescenti.

Avvocato Gianni Dell’Aiuto

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