Finito il tesoretto del Giubileo: il ‘tendone’ dei senza-dimora lo cominciano a pagare Roma e i romani (ecco quanto costerà)
Roma, il tendone dell’accoglienza vicino a Termini, nel quartiere di San Lorenzo, nato nel perimetro delle misure straordinarie legate al Giubileo, cambia pelle: da operazione sostenuta da risorse eccezionali a servizio che entra nel bilancio ordinario ossia nelle tasche dei romani. È un passaggio politico prima ancora che contabile. Significa che l’esperienza delle tensostrutture non viene trattata come parentesi d’emergenza, per il Giubileo 2025, ma viene prolungata per quasi tutto il 2026, con il via libera politico del sindaco Gualtieri e dell’assessore Funari (politiche Sociali). E, soprattutto, il costo si sposta: non più “coperto dall’evento” e dai fondi giubilari, ma ripartito sulla città e sulle sue priorità di spesa.
La svolta: oltre 500mila euro da fondi ordinari
Il dato è chiaro: da aprile a novembre 2026 il servizio H24 nella tensostruttura di Termini-San Lorenzo viene finanziato con fondi ordinari del Comune, sul capitolo 1303877/643, per un totale di 527.803,50 euro IVA inclusa (inseriamo il documento in formato scaricabile alla fine di questo articolo).
I primi mesi dell’anno restano invece agganciati alle risorse vincolate legate al programma di accoglienza connesso al Giubileo. Tradotto: finita la spinta iniziale del “capitolo speciale”, il servizio non si ferma. Ma diventa parte della spesa ordinaria, cioè di ciò che Roma sceglie di sostenere stabilmente.
Sul fronte costi, i numeri rendono bene l’idea della “normalizzazione” del tendone: il contratto vale in totale 749.836,88 euro IVA inclusa per 305 giorni, cioè circa 2.458 euro al giorno. Rapportato alla capienza massima (70 posti), significa poco più di 35 euro al giorno per posto letto. E c’è un dettaglio politico non secondario: una parte consistente della spesa è quota fissa, quindi viene riconosciuta anche se gli ingressi reali fossero inferiori, perché serve a coprire personale e presidio H24 indipendentemente dalle presenze effettive.
Da intervento giubilare a welfare urbano “stabile”
Qui sta il punto politico. Il Campidoglio non sta semplicemente prorogando un servizio: sta consolidando un modello. Le tensostrutture, pensate per fronteggiare fragilità estreme e picchi emergenziali, vengono inserite nel disegno più ampio di contrasto alla grave marginalità, con un’idea di presidio H24 che punta alla continuità dei percorsi di presa in carico. È un cambio di passo che può essere letto come responsabilità istituzionale: non lasciare persone in strada, non interrompere interventi già avviati, non spezzare la rete dei servizi nel momento in cui la vulnerabilità cresce.
Il rischio: l’emergenza che diventa normalità
Ma è proprio qui che si apre la questione più controversa. Una tensostruttura, per definizione, nasce per l’urgenza: proteggere dal freddo, gestire l’imprevisto, tamponare situazioni estreme quando il sistema ordinario non regge. Se però la tenda resta, e se soprattutto viene pagata con fondi ordinari, la domanda diventa inevitabile: non si sta normalizzando un assetto “di emergenza” trasformandolo in standard? E soprattutto: perché la città dovrebbe accettare che la forma dell’accoglienza resti quella del tendone, invece di investire in sedi più strutturate e più dignitose?
Termini e la scelta urbana: cosa racconta davvero questa decisione
Tenere un presidio di accoglienza in tensostruttura nei pressi della principale stazione d’Italia non è una decisione neutra. Pesa sul piano sociale, perché intercetta una popolazione fragile in un punto nevralgico della città. Pesa sul piano urbano, perché convive con flussi turistici, pendolari, residenti, e inevitabilmente alimenta un dibattito su sicurezza percepita e decoro.
Ma pesa soprattutto sul piano politico: Roma sta dicendo che l’emergenza non è più un’eccezione, è una condizione strutturale. La vera sfida, allora, non è solo pagare il servizio: è decidere se questa spesa ordinaria diventerà il trampolino per un salto di qualità verso strutture stabili e più consone, oppure l’ennesima conferma che l’urgenza, a Roma, rischia sempre di diventare sistema. In ogni caso, a dicembre scorso ci eravamo posti una domanda tanto semplice quanto chiara a cui nessuno a risposto: chi paga? Oggi lo abbiamo scoperto: i romani.
