Forza Italia, Tajani da Marina Berlusconi per chiudere il ‘caso Barelli’: per lui (quasi) pronto un posto da sottosegretario

Da sinistra, Tajani, Marina Berlusconi, foto Instagram

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Venerdì pomeriggio 10 aprile, a Milano, Antonio Tajani, segretario nazionale di Forza Italia, arriva finalmente al sospirato tavolo di confronto con Marina Berlusconi per un incontro che somiglia molto da vicino a una verifica politica sullo stato di salute degli azzurri dopo la batosta al referendum dsulla Giustizia. Al faccia a faccia sono attesi anche Pier Silvio Berlusconi e Gianni Letta: già questo basta a misurare il peso della partita. Non si tratta soltanto di sostituire il capogruppo alla Camera, dopo la torbolenta defenestrazione di Gasparri al Senato per mano del ‘raccogli-firme’ Lotito. Ma di capire chi detta davvero leadership, tempi, linea e linguaggio del partito azzurro nella fase più delicata del dopo referendum.

Barelli, il sacrificio che serve a evitare la rottura

Il punto più sensibile resta Paolo Barelli, attuale capogruppo azzurro alla Camera. Nelle ultime ore si è consolidata l’ipotesi di una sua uscita dalla guida dei deputati azzurri, compensata da una collocazione da sottosegretario nel Governo Meloni. Le indiscrezioni convergono su una possibile casella al Ministero della Cultura. Sarebbe, laddove confermata, la classica soluzione di equilibrio: togliere dal centro del quadro un fedelissimo di Tajani senza trasformarlo in un epurato.

Il nome conta, ma conta di più il messaggio

Sul successore, il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Enrico Costa. Dato in pole da fonti parlamentari e considerato un profilo capace di tenere insieme fedeltà alla linea e immagine di rinnovamento. Resta sul tavolo anche Giorgio Mulè, almeno secondo altre ricostruzioni. Ma il punto politico è un altro: chiunque verrà scelto dovrà incarnare una discontinuità controllata, cioè il rinnovamento chiesto dalla famiglia Berlusconi senza trasformarlo in una sfiducia formale verso Tajani.

Dietro Barelli c’è la guerra dei congressi

Ridurre tutto al “caso Barelli” sarebbe però un errore. Sul tavolo del vertice c’è anche la stagione congressuale, che in molte aree del partito viene vissuta come una resa dei conti sulle tessere e sugli equilibri territoriali. Il problema, insomma, non è solo Roma: è la periferia azzurra che chiede di essere ascoltata molto più di prima, e non solo di essere ‘disciplinata.’

La sconfitta al referendum ha accelerato tutto

Questo è il punto che spiega il tempismo dell’incontro. La bocciatura della riforma della giustizia al referendum, con il No al 53,56%, ha aperto una fase nuova nel centrodestra e ha tolto a Forza Italia l’alibi della navigazione ordinaria.

Dopo quel voto, ogni discussione interna è diventata immediatamente politica: rinnovamento, rapporto con i territori, funzione del partito nella maggioranza, peso degli eredi Berlusconi, etc. Non a caso, nelle ricostruzioni di queste ore torna spesso la parola “rinnovamento”, mentre i Berlusconi vengono descritti come uniti nel voler presidiare l’eredità politica del padre senza scendere direttamente in campo.

Tajani si gioca l’autorità, non soltanto una mediazione

Per Tajani questo passaggio vale moltissimo. Se chiude il dossier Barelli senza lacerazioni, conserva la guida del partito e dimostra di saper governare la transizione. Se invece il rinnovamento gli viene imposto dall’esterno, il rischio è che la sua leadership appaia più ratificata che esercitata. Ecco perché il vertice di Milano va letto per ciò che è davvero: non il regolamento di un incarico parlamentare, ma il tentativo di ridefinire un equilibrio tra segretario, famiglia fondatrice e territori. Barelli è il simbolo visibile; la posta in gioco è il comando politico di Forza Italia da qui al 2027.