Ostia non ha una ‘alta valenza turistica’: stop al caro-canone da 70mila € imposto allo stabilimento dal Campidoglio
Il Comune di Roma aveva chiesto oltre 70mila euro di caro canone per l’anno 2023 a uno stabilimento balneare di Ostia, ma il Tar del Lazio ha fermato tutto. I giudici hanno annullato la richiesta di pagamento rivolta alla società che gestisce lo stabilimento I. C., spiegando che il conto imposto dal Campidoglio si basava su presupposti già caduti in tribunale e su una contestazione non dimostrata fino in fondo.
Il conto da 70mila euro finisce nel mirino
Al centro della vicenda c’è una richiesta da 70.539 euro per il canone demaniale del 2023. Una cifra pesante. Soprattutto per uno stabilimento che ha contestato da subito il modo in cui quel calcolo era stato costruito.
Secondo il Campidoglio, il canone doveva salire per più ragioni. Da una parte la nuova classificazione del litorale di Ostia come area di ‘alta valenza turistica’. Dall’altra un aumento generale deciso a livello ministeriale. Infine una maggiorazione ulteriore per un presunto utilizzo non conforme dell’area in concessione. Il Tar, però, ha smontato questo impianto pezzo dopo pezzo.
Perché il Tar ha dato ragione allo stabilimento
Il primo nodo riguarda proprio l’etichetta di alta valenza turistica attribuita a Ostia. Una scelta che aveva effetti diretti sui canoni e che aveva già sollevato molte polemiche. Per i giudici, quel punto non regge. La delibera su cui il Comune di Roma aveva fondato il rincaro era già stata annullata in un altro giudizio, spiegano i giudici. E quindi non poteva più essere usata come base per chiedere più soldi.
Stesso discorso per l’altro aumento inserito nel conteggio. Anche quel meccanismo era già stato bocciato in precedenza. In sostanza, il Campidoglio ha costruito il conto su due pilastri che nel frattempo erano già venuti meno.
Il nodo politico del litorale
La sentenza va oltre il singolo stabilimento. Riporta al centro un tema politico che a Ostia pesa da anni. Quello del rapporto tra amministrazione, concessioni balneari e pressione economica sugli operatori del mare.
La decisione del Tar dice una cosa chiara. I rincari non possono essere scaricati sugli stabilimenti con atti fragili, discutibili o già smentiti dai giudici. Quando si alza il livello dello scontro sul litorale, serve una linea amministrativa solida. Non bastano formule o classificazioni contestate.
Anche l’accusa di uso difforme non convince
C’era poi un altro punto. Il Comune di Roma sosteneva che parte dell’area fosse stata usata in modo difforme rispetto a quanto autorizzato. Da qui un ulteriore aggravio economico. Ma anche su questo il Tar ha visto lacune. Nella documentazione del processo, osservano i giudici, mancavano elementi chiari per capire su quali verifiche concrete si fondasse la contestazione. In altre parole, il Comune non ha spiegato in modo sufficiente perché quello stabilimento dovesse pagare di più anche per questo motivo.
Cosa succede adesso
Per ora, la conseguenza è netta. La richiesta da oltre 70mila euro è stata annullata. Roma dovrà anche rimborsare le spese di giudizio (2500 euro) alla società ricorrente. La partita, però, non è chiusa per sempre. Il Comune potrà tornare sulla vicenda con un nuovo provvedimento. Dovrà farlo, però, senza appoggiarsi agli atti già travolti dalle sentenze e con motivazioni molto più solide.
Sul litorale romano, intanto, arriva un segnale politico preciso. Quando il conto pubblico diventa troppo pesante, servono basi robuste. Altrimenti il rischio è che il caro-canone si trasformi in un boomerang per l’amministrazione.