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La sinistra dice “basta woke” e riscopre lavoratori e salari: ma l’elettorato l’ha già salutata


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Il problema della sinistra americana non è che oggi qualcuno cominci a prendere finalmente le distanze dagli eccessi della cultura cosiddetta woke. È che ci arriva dopo che una parte dell’elettorato popolare ha già preso un’altra strada. Mentre una parte molto visibile del dibattito progressista parlava di identità, linguaggio, genere e rappresentazione, milioni di persone continuavano a fare i conti con affitti, stipendi, lavoro, sanità e futuro dei figli. E ciò che nasce negli Stati Uniti raramente resta lì: lessico e contrapposizioni hanno attraversato l’Atlantico, arrivando anche in Europa e in Italia.

Il “woke 1.0” finisce con una battuta

A certificare simbolicamente il cambio d’aria è stata Alexandria Ocasio-Cortez. Commentando il caso della socialista Francesca Hong, sconfitta nelle primarie democratiche del Wisconsin dal più moderato David Crowley, AOC ha ricordato una battuta: “woke one was crazy”. Hong, del resto, nel 2020 aveva sostenuto il definanziamento della Polizia come passaggio verso la sua abolizione. Oggi per fortuna ha cambiato dice di non volerla più abolire.

Quando Thanksgiving pesa più della busta paga

Nel passato di Hong è riemerso anche un vecchio post con l’invito a “cancellare Thanksgiving”. Lei oggi dice di amare quella festa. Legittimo cambiare idea. Ma resta l’ironia: una sinistra nata per parlare a operai, impiegati e ceti popolari si è ritrovata a dover spiegare agli elettori se fosse opportuno o meno festeggiare il tacchino del quarto giovedì di novembre.

Da Washington a Bruxelles, fino all’Italia

In Europa la storia è più sfumata. I partiti socialisti continuano formalmente a mettere lavoro, salari e welfare nei programmi. Eppure il linguaggio delle guerre culturali americane — identità, genere, inclusività, rappresentazione — è entrato con forza nella politica, nei media e nelle università. In Italia il dato più interessante resta quello del CISE sulle Europee 2024: il consenso al PD saliva dal 19% nella classe operaia al 29% nella classe medio-alta. Non significa che il PD abbia abbandonato i lavoratori. Significa che il vecchio automatismo “ceti popolari uguale sinistra” non esiste più.

I diritti non erano il problema. La gerarchia delle priorità forse sì

Sarebbe falso sostenere che i Democratici abbiano smesso di occuparsi del tutto di lavoro, sindacati, welfare o sanità. E sarebbe ancora più sbagliato trasformare gay, lesbiche o persone trans nel bersaglio: i diritti civili restano diritti. Il punto è un altro: che cosa è diventato riconoscibile come il messaggio della sinistra?

Negli ultimi anni una parte del progressismo ha dato enorme visibilità a identità sessuale, orientamento, genere, transizione, pronomi, linguaggio inclusivo e rappresentazione LGBT+. Temi reali e legittimi. Ma il martellamento comunicativo ha talvolta prodotto l’impressione che non esistesse quasi altro. Come se la grande domanda progressista fosse diventata soprattutto come nominare correttamente ogni identità, mentre un trentenne o quarantenne precario continuava a chiedersi se avrebbe mai avuto una casa, un contratto stabile o un figlio.

Il problema non è parlare di gay, lesbiche o trans. È dare l’impressione che, mentre il mondo discute di salari, guerre, industria, ricerca e sanità, la politica debba continuamente tornare lì.

Mamdani ha capito che l’affitto parla più forte

Non a caso Zohran Mamdani ha costruito buona parte della propria ascesa politica a New York su una parola molto meno sofisticata: affordability, il costo della vita. Case accessibili, trasporti, asili, prezzi, servizi. Non ha rinnegato le battaglie sulle minoranze; le ha affiancate a problemi immediatamente comprensibili a chi apre il portafoglio a fine mese.

È una lezione che vale anche in Europa: una sinistra può continuare a difendere le minoranze senza fare delle minoranze l’intero vocabolario della propria identità politica. Affitto, trasporti, prezzi e servizi arrivano direttamente al conto corrente.

La sinistra torna al lavoro. Letteralmente

È forse questa la parte più interessante del “basta woke”: non il ritorno a una società meno rispettosa delle minoranze, ma alla vecchia domanda che una sinistra dovrebbe conoscere bene: come vive chi lavora?

Quanto guadagna. Quanto paga d’affitto. Se può curarsi. Se un ricercatore può costruirsi una vita. Se un precario smetterà mai di esserlo. Se l’università resterà accessibile.

Domande poco glamour. Non richiedono nuovi pronomi, acronimi o l’ennesimo convegno sull’identità. Richiedono politica. E valgono a Milwaukee come a Bruxelles o Roma.

Gli elettori non aspettano le autocritiche

La lezione americana, e ormai anche europea, è semplice: difendere una minoranza discriminata e difendere lo stipendio di un infermiere non sono obiettivi incompatibili. Il guaio comincia quando il primo gruppo di temi sembra culturalmente onnipresente e il secondo politicamente ordinario; quando il vocabolario dell’identità appare più aggiornato di quello del lavoro.

Per anni una parte del mondo progressista ha avuto l’impressione di poter educare l’elettorato. Ora scopre che, in democrazia, capita anche il contrario: sono gli elettori a educare i partiti.

E qualche volta lo fanno nel modo meno elegante possibile: votando qualcun altro.

Poi arrivano le analisi sull’astensionismo e sull’avanzata della destra. Tutte importanti. Ma forse, prima di chiedersi ancora perché il popolo non capisce più la sinistra, potrebbe essere utile verificare se per qualche anno non sia stata una parte della sinistra a capire un po’ meno il popolo. O almeno a parlargli di troppe cose tranne quelle che lui metteva al primo posto.