Narcotraffico a Roma, gli “assaggi” della cocaina in un noto ristorante: altri 6 arresti nell’inchiesta della DDA (FOTO)
Cocaina assaggiata al ristorante tra una portata e l’altra, in un noto locale di Roma, al Portuense. Non per uso personale, ma per verificare la qualità di partite da decine di migliaia di euro. L’hashish “Mousse”, invece, faceva così tanta puzza da terrorizzare gli stessi trafficanti: e quando invadeva androni e ascensori, il timore non era quello di infastidire i vicini. La paura era che qualcuno chiamasse le forze dell’ordine.
È uno degli aspetti più sorprendenti emersi dall’ultimo capitolo della maxi inchiesta sul narcotraffico a Roma coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale. All’alba di oggi, 24 giugno, i militari hanno eseguito una nuova ordinanza cautelare nei confronti di sette persone: tre sono finite in carcere, tre ai domiciliari e una sottoposta all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sei dei destinatari sono stati raggiunti dalla misura, mentre per uno il provvedimento non è stato eseguito. L’accusa, a vario titolo, è di traffico di stupefacenti, spaccio e detenzione illegale di armi. Si tratta dell’ulteriore sviluppo dell’operazione che il 29 maggio aveva già portato all’arresto di numerosi appartenenti a un’organizzazione criminale attiva nella Capitale.
Gli incontri al ristorante e gli “assaggi” della cocaina
Le intercettazioni e gli accertamenti investigativi hanno restituito una fotografia quasi surreale. Alcuni dei vertici dell’organizzazione utilizzavano un ristorante al Portuense come una sorta di ufficio operativo. Tra clienti ignari, camerieri e normali avventori, avvenivano incontri con corrieri e fornitori. Lì venivano concordate consegne, quantità e prezzi, con forniture di droga da decine di migliaia di euro. Ma soprattutto veniva effettuato quello che nel gergo degli spacciatori viene chiamato “assaggio”.
Prima di acquistare grossi quantitativi di droga, la cocaina veniva testata direttamente sul posto per verificarne purezza e qualità. Solo dopo arrivava il via libera all’acquisto.
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Il terrore dell’hashish “Mousse”: «Si sente in tutto il palazzo»
L’organizzazione movimentava una particolare qualità di hashish, conosciuta come “Mousse”, considerata tra le più pregiate sul mercato. Proprio quella qualità, però, stava creando non pochi problemi ai trafficanti. L’odore particolarmente intenso dello stupefacente, durante le operazioni di scarico e stoccaggio, finiva infatti per impregnare ascensori, pianerottoli e androni condominiali. Dalle conversazioni intercettate emerge il nervosismo degli indagati, preoccupati che quelle esalazioni potessero attirare l’attenzione dei residenti o delle pattuglie impegnate nei controlli sul territorio.
Nell’organizzazione avevano un ruolo centrale anche diverse donne, che venivano usate come corrieri, pali e cassiere proprio perché ritenute meno sospette rispetto agli uomini. Mogli, compagne e parenti trasportavano denaro e sostanze stupefacenti nel centro della città sfruttando un’apparenza ritenuta insospettabile. Gestivano inoltre parte della contabilità del gruppo, custodivano somme di denaro nelle abitazioni e mantenevano i contatti con alcuni vertici già detenuti. Un sistema che consentiva così all’organizzazione di continuare a operare anche dopo arresti e sequestri.
La fuga dopo il blitz e le lacrime per 50mila euro di cocaina persi
Le microspie installate dai Carabinieri a bordo delle auto hanno documentato in diretta il terrore di uno dei vertici del gruppo. L’uomo si trovava in auto pronto a concludere un’importante operazione quando ha assistito in diretta all’arresto del proprio fornitore. Capito cosa stava accadendo, si è dato alla fuga per le strade della città. Poco dopo, intercettato in lacrime mentre parlava con la moglie, ha sfogato tutta la propria disperazione per la perdita di un carico di cocaina dal valore di circa 50 mila euro, definendo l’accaduto una pesante “batosta”.
Per sfuggire alle indagini, l’organizzazione aveva provato a modificare le proprie modalità di comunicazione, utilizzando applicazioni come Signal e Telegram e attivando la cancellazione automatica dei messaggi. Fotografie di panetti di droga, coordinate GPS e informazioni sui pagamenti sarebbero state condivise attraverso chat impostate per autodistruggersi anche dopo appena cinque minuti.
L’inchiesta partita il 29 maggio: droga, armi e collegamenti con la criminalità organizzata
L’operazione di oggi rappresenta soltanto l’ultimo tassello di una delle più importanti inchieste sul narcotraffico romano degli ultimi anni. Lo scorso 29 maggio i Carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinati dalla DDA di Roma, avevano eseguito una vasta operazione contro un’organizzazione ritenuta capace di gestire enormi quantitativi di droga e di mantenere rapporti con fornitori del Sud America, cartelli albanesi attivi nel Nord Italia, esponenti della criminalità organizzata romana e cosche calabresi.
I militari avevano ricostruito la disponibilità di ingenti carichi di cocaina e hashish, il possesso di armi e persino progetti per reperire armamenti da guerra destinati a possibili regolamenti di conti tra gruppi rivali. L’inchiesta aveva già portato a diversi arresti e sequestri, colpendo una rete criminale radicata tra Magliana, Trullo e altri quadranti della Capitale.
Con i provvedimenti eseguiti oggi, si aggiungono nuovi particolari e nuovi arresti. E continuano ad emergere dettagli che raccontano un’organizzazione capace di trasformare ristoranti, appartamenti e persino normali chat telefoniche in strumenti al servizio del traffico di droga.




