Nuova legge elettorale, Vannacci non passa ma lascia il segno: sì alle preferenze, capilista ancora blindati


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Il Senato ha dato il via libera al nuovo sistema delle preferenze previsto dalla riforma elettorale: gli elettori potranno indicare fino a tre candidati, ma il capolista resterà bloccato e quindi scelto, di fatto, dal partito. È proprio contro questo meccanismo che Roberto Vannacci aveva lanciato la sua battaglia, chiedendo “preferenze pure”, senza candidati protetti in partenza. La sua proposta non è passata. Ma il voto ha aperto un caso politico soprattutto dentro il centrodestra, perché Fratelli d’Italia alla Camera aveva sostenuto una linea molto più vicina a quella dell’ex generale.

Preferenze sì, ma non per tutti

Il 10 settembre il Senato ha approvato l’emendamento della maggioranza che introduce le preferenze nel nuovo sistema elettorale.

L’elettore potrà scegliere fino a tre nomi, rispettando l’alternanza di genere dalla seconda preferenza in poi.

Resta però il nodo centrale: il capolista non dovrà conquistare preferenze personali. La sua posizione sarà determinata dall’ordine stabilito dal partito.

È esattamente qui che Vannacci ha costruito il suo attacco.

La sfida lanciata a Fratelli d’Italia

Politicamente, però, la questione dei capilista bloccati non è affatto scomparsa.
Alla vigilia del voto, il fondatore di Futuro Nazionale aveva chiesto a FdI di sostenere un sistema senza capilista bloccati.

La provocazione politica aveva un precedente preciso. Nel luglio scorso, alla Camera, Fratelli d’Italia aveva infatti votato a favore dell’emendamento sulle “preferenze pure” sostenuto dai vannacciani, mentre Lega e Forza Italia si erano schierate contro.

Al Senato, però, lo scenario è cambiato. La proposta per eliminare i capilista bloccati è stata respinta e FdI ha scelto di tenere insieme la maggioranza votando il compromesso raggiunto con gli alleati.

Il punto sollevato da Vannacci resta

Politicamente, però, la questione non è affatto scomparsa. La domanda posta è semplice e comprensibile anche fuori dal Palazzo: se tornano le preferenze, perché alcuni candidati devono comunque partire da una posizione garantita?

La nuova formula prova a conciliare le due cose: più possibilità di scelta per gli elettori, ma anche una quota di controllo lasciata ai partiti.

Ed è proprio questo compromesso a rendere la partita ancora aperta.

Vannacci perde il voto, non la battaglia politica

Dire che Vannacci abbia vinto sarebbe sbagliato, eppure, politicamente parlando, è esattamente quello che è successo: il generale ha vinto. Nonostante le preferenze “pure” siano state bocciate.

Ma fermarsi al risultato numerico rischia di nascondere ciò che è accaduto politicamente. In pochi mesi il tema ha diviso il centrodestra alla Camera, riaperto il confronto al Senato e costretto la maggioranza a cercare una soluzione comune.

Il risultato è una legge elettorale che restituisce agli italiani una parte del potere di scelta, senza però sottrarre completamente ai partiti la possibilità di decidere chi mettere al sicuro in testa alle liste.

È su questa contraddizione che Vannacci può continuare a costruire la sua offensiva: elettori da una parte, segreterie dall’altra.

La riforma, va ricordato, non è ancora definitivamente legge. Ma dopo il “caso Vannacci” quello delle preferenze non è più un dettaglio tecnico: è diventato uno dei punti politicamente più delicati dell’intera partita.