Ostia, disabile al 100% denuncia: «Il pronto soccorso non è un albergo, se ne deve andare». Esposto contro il Grassi

ospedale Grassi Ostia

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Era arrivato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale Grassi di Ostia perché non riusciva più a gestirsi da solo. Ed era rimasto lì tutta la notte, su una barella, in attesa dei servizi sociali. Poi, alle 14:16 del giorno successivo, l’assistente sociale aveva scritto nero su bianco che quell’uomo, invalido civile al 100%, non era in grado di tornare a casa da solo e che sarebbe stata opportuna una «continuità assistenziale».

Pochi minuti dopo, però, L.A. racconta di essersi sentito dire tutt’altro: «Il pronto soccorso non è un albergo, se ne deve andare». E se ne sarebbe andato davvero. In ciabatte, barcollando e trascinando una borsa troppo pesante per le sue condizioni fisiche. Ad aiutarlo ad arrivare al taxi non sarebbe stato il personale dell’ospedale, ma uno sconosciuto che si trovava in attesa al pronto soccorso.

Su quanto accaduto tra il 13 e il 14 agosto l’avvocato Filippo Carusi ha presentato un esposto e una diffida alla Direzione sanitaria della Asl Roma 3, all’ospedale G.B. Grassi e alla Regione Lazio, chiedendo di accertare eventuali responsabilità e di acquisire le immagini delle telecamere di videosorveglianza.

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Ostia, 12 ore al pronto soccorso su una barella

L.A. arriva al Grassi di Ostia alle 18:13 del 13 agosto con un’ambulanza del 118. È invalido civile al 100% e una certificazione neurologica del 4 luglio descrive una deambulazione «incerta e instabile», con un elevato rischio di cadute e una grave riduzione dell’autonomia motoria e nella gestione delle attività quotidiane. «Sono stato 12 ore al pronto soccorso. Era il secondo ingresso in Ps, il primo altrettanto lungo», ha raccontato L.A. ai nostri microfoni.

Secondo l’esposto, nei giorni precedenti medici e psichiatra del pronto soccorso lo avevano rassicurato sulla ricerca di un posto in una struttura idonea, una Rsa o una clinica. Il 13 agosto viene quindi sistemato su una barella nel corridoio e invitato ad aspettare l’intervento dei servizi sociali ospedalieri, previsto per la mattina successiva. Ma L.A. resta in astanteria per tutta la notte e fino al pomeriggio del 14 agosto.

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Il verbale dell’assistente sociale: «Non è in grado di tornare a casa»

Alle 14:16 arriva finalmente l’assistente sociale. Ed è proprio quanto riportato nella consulenza inserita nella cartella clinica a diventare uno dei punti centrali dell’esposto. L.A. dichiara di non essere autonomo e di avere importanti problemi di deambulazione. «Non è in grado di tornare a casa», viene riportato nel documento, insieme alle parole dell’uomo: «Se torno a casa ho paura che mi può succedere qualcosa, sono solo e chiedo aiuto». La conclusione è altrettanto chiara: «Vista l’impossibilità di un rientro domiciliare, sarebbe opportuna una continuità assistenziale».

Ma secondo quanto denunciato nell’esposto, subito dopo il colloquio tra l’assistente sociale e il medico di turno, L.A. viene invitato a lasciare il pronto soccorso perché non ci sarebbero i presupposti di urgenza clinica per trattenerlo. «L’improvvisa decisione di cacciarmi dal Ps dopo 11 ore è arrivata con queste testuali parole: “Il pronto soccorso non è un albergo, se ne deve andare“», racconta L.A. al Nuovo 7Colli.

A quel punto viene predisposto il modulo per le dimissioni volontarie, poi firmato dal paziente. Ed è questo uno dei passaggi contestati dall’avvocato Filippo Carusi. Il legale sostiene che quella sottoscrizione sia stata resa da un uomo in condizioni di estrema vulnerabilità e sotto una forte pressione ambientale. Ma soprattutto sottolinea la contraddizione con quanto scritto appena pochi minuti prima dall’assistente sociale, che aveva certificato l’impossibilità di L.A. di rientrare autonomamente a casa.

Poi l’uscita dall’ospedale. «Non ho fatto nemmeno in tempo a mettere le scarpe e sono uscito barcollando in ciabatte, dicendo chiaramente e a voce alta che non ero in grado di tornare a casa». L.A. aveva con sé anche una borsa che, racconta, non era fisicamente in grado di trasportare. «Era evidente che non potessi rientrare a casa da solo. Ho trascinato una borsa pesante mentre il personale sanitario guardava da un’altra parte e la sicurezza mi lanciava sguardi minacciosi».

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«Mi ha aiutato una persona che aspettava al pronto soccorso»

Nell’esposto finisce anche il comportamento dell’addetto alla sicurezza che, secondo la ricostruzione del legale, avrebbe fatto pressione affinché L.A. lasciasse immediatamente il reparto, rifiutandosi inoltre di fornire le proprie generalità quando l’uomo gliele avrebbe chieste. Fuori dall’ospedale, L.A. deve trovare il modo di tornare a casa.

«Solo grazie all’aiuto di una persona lì in attesa al pronto soccorso sono riuscito ad arrivare al taxi, che ho chiamato autonomamente, senza che nessuno del Ps si fosse offerto di farlo. Poi il tassista ha avuto la gentilezza di accompagnarmi fino alla porta di casa». Una volta arrivato, però, L.A. torna al problema dal quale tutto era partito: è solo e non riesce a gestire autonomamente molte attività quotidiane. «Qui a Ostia non ho nessuno a cui chiedere aiuto in caso di necessità. Faccio fatica a gestire anche le attività di base, come la pulizia personale e cucinare».

L’uomo racconta di soffrire di una grave depressione e di aver trascorso lo scorso anno due mesi in una clinica psichiatrica e un mese in un centro di riabilitazione. Adesso è nuovamente in attesa di essere convocato per un ricovero. E aspetta anche una risposta dai servizi sociali. «Li ho interessati da un mese e non ho ricevuto alcun tipo di assistenza. Sono tuttora in attesa di conoscere le loro determinazioni sul mio caso».

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L’esposto contro il Grassi e la richiesta dei video

L’avvocato Filippo Carusi ha chiesto alla Direzione sanitaria della Asl Roma 3 e dell’ospedale Grassi di aprire un’indagine interna per individuare eventuali responsabilità disciplinari e professionali del personale medico e della guardia giurata in servizio quel pomeriggio. Ha inoltre chiesto l’acquisizione e la conservazione delle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza, interne ed esterne al pronto soccorso, nella fascia compresa tra le 14 e le 16:30 del 14 agosto. «Andremo fino in fondo – dichiara il legale – vogliamo che si faccia chiarezza in questa vicenda». La diffida concede 30 giorni per un riscontro. In caso contrario, il legale annuncia il ricorso alle sedi giudiziarie civili e penali. Nell’esposto è stata formulata anche una richiesta di risarcimento dei danni biologici, morali, esistenziali e patrimoniali.

Ma, al di là dell’esposto e delle eventuali responsabilità che dovranno essere accertate, L.A. torna soprattutto su come si è sentito in quelle ore. «Ho subito un’umiliazione davanti a decine di persone e lo stato d’ansia è durato per giorni. Soffro anche di pressione alta e ho avuto paura che potesse succedermi qualcosa». E poi il punto sul quale insiste più di tutti. Quello che, per lui, va oltre la barella, le ore di attesa e perfino il modo in cui racconta di essere stato mandato via. «Quello che mi ha fatto più male è stato soprattutto il mancato rispetto verso una persona con disabilità».