Più poteri a Roma, con l’astensione di PD e Italia Viva e il “No” di M5S e AVS la riforma rischia di arenarsi: ecco perché

Roma, il Campidoglio, sede

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La riforma per dare più poteri a Roma entra in una fase molto fragile dopo il primo voto alla Camera del 29 aprile. Il testo è passato, ma con numeri deboli: 159 sì, 33 no e 55 astenuti. Se Pd e Italia Viva non cambieranno posizione e se resterà il “No” di M5S e AVS, la maggioranza dei due terzi necessaria a blindare l’iter costituzionale rischia di non esserci. L’attuale maggioranza semplice, difatti, ha permesso all’iter di riforma di partire, ma tra sei mesi servirà una maggioranza dei due terzi, come previsto per le riforme costituzionali.

Il primo sì non basta

Il voto della Camera ha permesso in ogni caso alla riforma di andare avanti, ma non ha risolto il problema politico. Il centrodestra ha votato a favore, insieme ad Azione. Pd e Italia Viva si sono astenuti. M5S e AVS hanno votato contro.

Per una riforma costituzionale, però, non basta superare un passaggio parlamentare. Serve un consenso largo. E oggi quel consenso non c’è. Se lo schema dei voti resterà lo stesso, il percorso rischia di arenarsi.

Pd e Italia Viva diventano decisivi

La partita ora passa soprattutto da Pd e Italia Viva. I dem hanno parlato di “astensione costruttiva”, spiegando di non voler chiudere la porta alla riforma. Ma chiedono garanzie sulla legge ordinaria, sui poteri effettivi e soprattutto sulle risorse, ossia sui fondi per ripianare i tanti debiti e mutui vecchi e nuovi che gravano sul bilancio di Roma, come da noi raccontato di recente.

Il punto è semplice: senza fondi, i nuovi poteri per Roma – già oberata dai debiti del passato e del presente – rischiano di restare sulla carta. È la stessa linea polsiica u cui si muove anche Italia Viva.

La frenata dopo il voto

Dopo il passaggio alla Camera, Giorgia Meloni ha mandato un segnale netto. Secondo la premier, senza una maggioranza dei due terzi il provvedimento avrebbe pochissime possibilità di diventare legge.

La presa di posizione ha aperto un nuovo fronte politico. Per il governo, l’astensione del Pd ha indebolito il percorso condiviso costruito nei mesi scorsi. Per il centrosinistra, invece, il problema resta la mancanza di garanzie sulla parte attuativa della riforma.

Tavolo tecnico congelato

Solo dopo il nodo dei voti arriva l’altro punto critico: il tavolo tecnico tra governo e Campidoglio risulta fermo. Dopo il voto del 29 aprile, non sarebbe arrivata una nuova convocazione per discutere la legge ordinaria di attuazione.

Senza questo passaggio, i “più poteri” per Roma restano un annuncio politico più che una svolta reale.

Il peso delle elezioni

Sul dossier pesa anche il clima elettorale. Le comunali si avvicinano e la riforma di Roma può diventare un tema della prossima campagna. Per Roberto Gualtieri sarebbe un risultato da rivendicare. Per il centrodestra, ancora senza candidato, potrebbe invece diventare un vantaggio concesso all’avversario.

La riforma non è affondata, ma rischia di restare impantanata prima ancora di vedere la luce. Senza un cambio di passo, i “più poteri” per Roma resteranno l’ennesima promessa sospesa tra tattica politica, veti incrociati e campagna elettorale.

In soldoni, una riforma nata per rafforzare la Capitale rischia di arenarsi ancora prima di nascere.