Più poteri a Roma, dopo 5 mesi riparte l’iter in Senato, ma Gualtieri e il PD pretendono anche più fondi: alto il rischio flop
La riforma che dovrebbe dare più poteri a Roma è ripartita in Senato dopo quasi cinque mesi di fermo, ma il percorso resta lungo e il nodo più pesante — quello delle risorse — è ancora irrisolto. Il 29 settembre la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha avviato l’esame del disegno di legge costituzionale già approvato dalla Camera, insieme alla proposta presentata da Maurizio Gasparri. A guidare l’esame è Andrea De Priamo di Fratelli d’Italia.
Il Senato riparte, ma siamo ancora all’inizio
Il testo arriva a Palazzo Madama dopo il primo via libera della Camera del 29 aprile. Ora il Senato dovrà esaminarlo, eventualmente modificarlo e votarlo. Ma, essendo una legge costituzionale, non basterà un semplice passaggio: serviranno le successive deliberazioni previste dalla Costituzione. La ripartenza del 29 settembre è quindi politicamente significativa, ma non significa che Roma abbia già conquistato i nuovi poteri. Il traguardo resta ancora distante.

Undici materie in mano a Roma
La riforma modifica l’articolo 114 della Costituzione e riconosce Roma Capitale come ente autonomo con propri poteri e funzioni. Il Campidoglio potrebbe ottenere potestà legislativa in undici materie, tra cui trasporto pubblico locale, governo del territorio, commercio, turismo, politiche sociali, edilizia residenziale pubblica e attività culturali. È un cambiamento profondo nei rapporti con la Regione Lazio. Ma il testo costituzionale, da solo, non chiude il problema: servirà una successiva legge statale per definire funzioni, organizzazione e autonomia finanziaria.
Il paradosso Pd: Gualtieri chiede la riforma, il suo partito si astiene
È qui che esplode la prima contraddizione politica. Alla Camera la riforma è passata con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti. Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno votato a favore. Anche Azione ha sostenuto il provvedimento. Il Partito democratico, invece, si è astenuto, nonostante il sindaco di Roma Roberto Gualtieri abbia sempre indicato la riforma come strategica per la Capitale. Anche Italia Viva ha scelto l’astensione.
La situazione è ancora più significativa se si considera che tra le proposte confluite nel testo finale c’era anche quella presentata dal deputato Pd Roberto Morassut. Una parte del centrosinistra, quindi, ha contribuito per anni a costruire il percorso verso maggiori poteri per Roma, salvo poi non sostenerne con un voto favorevole il primo passaggio decisivo alla Camera.
M5S e Avs scelgono invece il NO
Se il Pd ha scelto l’astensione, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono andati oltre: hanno votato contro. La fotografia politica è quindi netta. Su una riforma destinata ad aumentare il peso istituzionale della Capitale, il campo progressista si è presentato diviso in tre posizioni diverse: chi si è astenuto, chi ha votato contro e chi, come Azione, ha scelto invece di sostenere il provvedimento.
Gualtieri favorevole, ma presenta subito il conto al Governo
Dopo il voto della Camera, Gualtieri ha giudicato positivo il primo via libera, ma ha immediatamente spostato l’attenzione sulla questione finanziaria. Il sindaco ha chiesto che vengano definite al più presto le risorse necessarie per attuare il nuovo ordinamento. In sostanza, la posizione del Campidoglio è chiara: nuovi poteri senza fondi adeguati rischierebbero di restare soltanto sulla carta.
Il punto è politicamente delicato. La riforma è stata portata avanti dal Governo e ha ottenuto alla Camera il sostegno compatto dei principali partiti di maggioranza, mentre il Pd di Gualtieri non l’ha votata. Allo stesso tempo, proprio il sindaco dem chiede ora che alla modifica costituzionale vengano aggiunte risorse e una legge ordinaria capace di rendere effettive le nuove competenze.
Il centrodestra compatto, il centrosinistra si spacca
La fotografia politica che esce dal primo voto alla Camera è molto chiara: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno sostenuto compattamente la riforma, mentre il fronte progressista si è diviso. Il Pd si è astenuto, così come Italia Viva; Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro. Azione, invece, ha scelto il sì.
Il risultato finale — 159 favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti — racconta quindi una riforma che, nel suo primo passaggio parlamentare, ha trovato nel centrodestra il sostegno politico più lineare, mentre a sinistra sono emerse posizioni differenti e, in alcuni casi, apertamente contrarie. Ora l’iter è ripartito al Senato e sarà proprio questa distanza politica a pesare sui prossimi passaggi.