Più poteri a Roma, riforma nel freezer da 102 giorni, Campo Largo sempre più spaccato: settembre ‘ultima chiamata’

Roma, il Campidoglio, foto generata con IA

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Roma aspetta da 102 giorni che il Senato cominci concretamente a esaminare la riforma destinata a darle più poteri, autonomia e peso istituzionale: il testo è fermo in Commissione Affari costituzionali dal 4 maggio e la ripartenza viene ora indicata nella programmazione parlamentare di settembre, ma la scheda ufficiale dell’AS 1888 continua a riportare “assegnato (non ancora iniziato l’esame)”. Il primo sì della Camera risale addirittura al 29 aprile.

Settembre riaccende una riforma congelata

Qualcosa, almeno sulla carta, comincia a muoversi. Il calendario dei lavori del Senato per la ripresa di settembre torna a indicare il disegno di legge costituzionale su Roma tra i provvedimenti in programmazione. Ma il dato politico resta pesante: dal 4 maggio al 14 agosto sono trascorsi 102 giorni senza l’avvio formale dell’esame nella I Commissione. È qui che si è creato il vero collo di bottiglia dopo il via libera arrivato a Montecitorio.

E il tempo non è una variabile secondaria. La modifica della Costituzione deve infatti affrontare due deliberazioni in ciascuna Camera, separate dagli intervalli di tre mesi previsti dall’articolo 138. Il voto del 29 aprile era soltanto il primo gradino di una scala ancora lunga.

Cosa cambia: Roma non sarebbe più un Comune come gli altri

L’obiettivo della riforma è enorme: consegnare alla Capitale strumenti istituzionali proporzionati alle dimensioni e alle funzioni di una metropoli che ospita Governo, Parlamento, Presidenza della Repubblica, ambasciate e gran parte delle istituzioni nazionali.

Il testo inserisce Roma tra gli enti autonomi costitutivi della Repubblica e soprattutto le attribuisce capacità legislativa in undici settori cruciali. Dentro ci sono trasporto pubblico locale, governo del territorio, commercio, turismo, edilizia residenziale pubblica, servizi sociali, attività culturali, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, artigianato, polizia amministrativa locale e organizzazione amministrativa. Una successiva legge dello Stato dovrà poi definire autonomia finanziaria, ordinamento e decentramento.

In parole semplici: Roma potrebbe decidere molto di più su Roma, senza dipendere continuamente dall’intreccio di competenze tra Campidoglio, Regione Lazio e Stato.

Poi lo strappo del Pd: sì ai poteri, ma prima servono soldi e garanzie

È proprio quando la riforma sembrava pronta a trasformarsi in una grande operazione bipartisan che l’accordo politico ha cominciato a scricchiolare.

Alla Camera il Partito Democratico – del tutto inaspettatamente – si è astenuto. Il deputato dem Roberto Morassut ha spiegato che, per rendere efficace la riforma, servono “adeguate risorse” e una legge ordinaria parallela capace di garantire concretamente mezzi e finanziamenti.

È dunque su questo punto che il Pd ha subordinato il suo pieno sì: non soltanto più competenze scritte nella Costituzione, ma anche più soldi. Uun aspetto – quest’ultimo – che non faceva parte dell’accordo iniziale tra PD e FdI.

Una richiesta sostenuta, sul piano istituzionale, anche dal sindaco Roberto Gualtieri, che dopo il voto ha chiesto di definire rapidamente legge ordinaria e risorse. Ma politicamente l’astensione ha fatto saltare quel fronte larghissimo sul quale la riforma era stata costruita.

La premier Giorgia Meloni ha reagito parlando di “amarezza e stupore”. Più recentemente il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca è andato oltre, accusando il Pd di essersi sfilato per un “calcolo politico”.

Campo Largo in fiamme: Pd astenuto, M5S e AVS votano contro

Ma il problema politico diventa ancora più evidente guardando l’intero Campo Largo.

Il 29 aprile la Camera ha approvato la riforma con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astensioni. Il centrodestra e Azione hanno votato sì. Il Pd e Italia Viva si sono astenuti. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno invece votato contro.

È la fotografia di una coalizione nazionale e romana potenziale che, davanti a una delle riforme più importanti per il futuro istituzionale di Roma, si è presentata con tre posizioni diverse: chi si astiene, chi boccia e chi chiede modifiche e garanzie.

Un paradosso ancora più evidente perché al Campidoglio governa Roberto Gualtieri, sindaco del Pd e tra i principali sostenitori della necessità di rafforzare Roma Capitale, che dovrebbe diventare il padre nobile del Campo Largo, almeno a Roma, Capitale d’Italia.

E i rapporti tra i partiti progressisti, nelle ultime settimane, sembrano tutt’altro che distesi, a livello nazionale come locale, a guardare ai temi della cura del verde, del finanziamento della guerra all’Ucraina o del riarmo, tanto per citare solo i principali. All’orizzonte, quindi, non si intravede un cielo sereno, per l’autunno del Campo Largo.

Uno stop dentro lo stop: settembre diventa decisivo

E così la riforma nata per dare finalmente a Roma il peso delle grandi capitali europee si ritrova sospesa tra due problemi: l’immobilismo parlamentare di questi 102 giorni e una frattura politica che ha cancellato l’originaria immagine di una riforma condivisa.

Il Senato dovrà ora rimettere mano al dossier dopo la pausa estiva. Rocca sostiene che esistano ancora le condizioni per completare il percorso entro la legislatura, ma ammette che “il tempo non è infinito”.

Ed è questo il punto. Roma ha davanti una riforma che potrebbe cambiarne radicalmente il peso istituzionale, ma dopo il primo sì della Camera la macchina si è fermata. Centodue giorni nel freezer, quattro passaggi costituzionali da completare e un Campo Largo che sul futuro della Capitale è riuscito a dividersi persino prima che il Senato cominciasse a discuterne. Uno stop dentro lo stop.

Se a settembre non verrà trovato un accordo politico capace di rimettere davvero in moto l’iter, il rischio è che la riforma finisca definitivamente fuori tempo massimo per questa legislatura. E, una volta saltata questa finestra, potrebbe essere archiviata a lungo, forse per sempre.