Rimpasto di Giunta, Gualtieri ‘espelle’ Lucarelli (in quota Onorato) e ingaggia Baglio (fedelissima PD): Campo Largo di Roma in frantumi
Roma, il rimpasto in Giunta Gualtieri imposto dal primo cittadino che si è consumato nel corso dell’ultimo weekend non è solo un normale ricambio di poltrone: l’uscita di Monica Lucarelli, figura fortemente legata all’area civica di Alessandro Onorato e l’ingresso di Valeria Baglio, volto storico del Pd capitolino, raccontano una maggioranza che a un anno dal voto appare molto meno compatta di quanto Palazzo Senatorio vorrebbe far credere.
Ufficialmente è tutto un fiorire di comunicati stampa di stima reciproca. Lucarelli lascia per ragioni personali, il sindaco la ringrazia, le assegna un ruolo nel Cda di Investimenti Spa e chiama la fedelissima PD Valeria Baglio a garantire “continuità”. Ma in politica le parole servono anche a coprire i movimenti veri, quelli sotterranei. E qui il movimento vero sembra chiaro: il Pd torna a presidiare direttamente la Giunta di Gualtieri e una delega delicata come le Attività Produttive.
Una civica meno centrale
Monica Lucarelli non era un’assessore qualsiasi. Alle Comunali era stata capolista della civica Gualtieri, quella stessa area che in questi anni ha avuto in Alessandro Onorato il suo coordinatore più visibile e più dinamico. La sua uscita, quindi, non pesa soltanto sul piano amministrativo. Pesa perché riduce lo spazio politico dei civici dentro la squadra del sindaco.
Al suo posto arriva Valeria Baglio, capogruppo Pd in Assemblea Capitolina, dirigente dem di lungo corso, donna di apparato e di Aula. Una scelta che può essere letta come rassicurante per il partito, ma molto meno per gli alleati. Il messaggio è semplice: quando la strada verso il 2027 si fa stretta, Gualtieri preferisce affidarsi alla casa madre.
L’ombra di Onorato
Il punto politico, però, è un altro. Da settimane Onorato si muove su un terreno sempre più autonomo, con Progetto Civico Italia, una rete nazionale che parla al centrosinistra ma non vuole farsi ingabbiare dal Pd. Un’operazione che guarda al campo progressista, dialoga direttamente con Conte e l’M5S, intercetta il mondo civico e prova a costruire una gamba politica propria, sempre più indipendente da Gualtieri e dal PD e che strizza sempre di più l’occhio ai contiani.
Questa postura, inevitabilmente, può aver irritato più di qualcuno tra Campidoglio, Pd romano e Pd regionale. Non c’è una prova che il cambio Lucarelli-Baglio sia una risposta diretta a quel movimento. Ma la coincidenza temporale è troppo forte per non alimentare una lettura politica: Gualtieri potrebbe aver deciso di rimettere ordine prima che i civici (filo grillini) diventino troppo ingombranti?
Il campo largo scricchiola
Il paradosso è evidente. Mentre a parole tutti invocano il campo largo, nei fatti ogni pezzo della coalizione prova a pesarsi, blindarsi, contarsi. Il Pd teme di perdere centralità. I civici cercano autonomia. Il Movimento 5 Stelle resta un alleato possibile, ma complicato, diviso tra chi vuole il dialogo e chi continua a vedere in Gualtieri un avversario, soprattutto su dossier come il termovalorizzatore e le Olimpiadi del 2040.
In questo quadro, il rimpasto diventa un sintomo. Non una crisi aperta, ma una fibrillazione sì. Una di quelle mosse che non fanno cadere una Giunta, però raccontano molto sul clima interno sempre più incandescente, che rischia di deflagrare in guerra aperta. A un anno dalle elezioni, Gualtieri avrebbe bisogno di compattezza, non di sospetti. Invece il cambio in corsa sembra dire il contrario: la maggioranza c’è, ma non viaggia serena.
La partita verso il 2027
La vera domanda ora è cosa accadrà a settembre, quando la campagna per Roma entrerà di fatto nella sua fase più dura. Se Onorato resterà pienamente in Giunta, il rimpasto potrà essere raccontato come un assestamento. Se invece anche lui dovesse fare un passo indietro, allora il caso Lucarelli apparirebbe come il primo pezzo di una frattura più ampia.
Per ora Gualtieri incassa Baglio e rafforza il Pd. Ma il prezzo politico potrebbe essere alto: meno equilibrio interno, più diffidenza tra alleati, più difficoltà nel costruire quel campo largo che sulla carta dovrebbe salvarlo. Il rimpasto, insomma, doveva chiudere un problema. Rischia invece di aprirne uno molto più grande.