Roma, 59 bancarelle di souvenir possono tornare davanti ai monumenti: nuova bocciatura per il Campidoglio
Gli urtisti, gli storici commercianti ambulanti romani che vendono souvenir, cartoline e oggetti religiosi nei pressi dei monumenti, tornano al Colosseo perché il Consiglio di Stato ha imposto a Roma Capitale il loro reinsediamento temporaneo nelle postazioni originarie, certificando l’incapacità dell’amministrazione Gualtieri di chiudere una vertenza ereditata dal passato ma trascinata per quasi tutta la consiliatura.
Chi sono gli urtisti di Roma
Gli urtisti rappresentano una categoria commerciale legata da generazioni alle strade più visitate della Capitale. Per decenni i loro banchi hanno accompagnato il paesaggio turistico del Colosseo, di Fontana di Trevi, piazza di Spagna, Pantheon e piazza Navona. Le concessioni, in molti casi tramandate all’interno delle famiglie, riguardano la vendita di ricordi di Roma, piccoli oggetti religiosi, cartoline, guide e prodotti destinati ai turisti.
Il primo banco rompe il silenzio
Dopo undici anni, un primo banco è ricomparso davanti all’Anfiteatro Flavio. Non si tratta di un’occupazione abusiva né di un gesto dimostrativo. Gli agenti della Polizia locale intervenuti sul posto hanno verificato la documentazione e preso atto della pronuncia giudiziaria. Il ritorno dovrebbe ora proseguire gradualmente, mentre gli operatori puntano a recuperare complessivamente fino a 59 postazioni storiche disseminate nel centro monumentale di Roma.
Una vicenda cominciata prima di Gualtieri
L’allontanamento degli urtisti risale al 2014, quando sindaco era Ignazio Marino. Il Tavolo per il decoro ritenne numerosi banchi incompatibili con la tutela delle aree monumentali e dispose il loro trasferimento. Gualtieri non ha quindi creato il problema. Ma dal suo insediamento, nell’ottobre 2021, ha avuto quasi cinque anni per costruire una soluzione definitiva capace di conciliare il diritto al lavoro, le esigenze del turismo e la protezione dei monumenti.
Le sentenze rimaste senza soluzione
Già nel 2022 il Tribunale amministrativo aveva annullato diversi provvedimenti relativi alle proroghe e alle rilocalizzazioni, contestando soprattutto la mancata partecipazione effettiva degli operatori al procedimento. Il Campidoglio ha successivamente riaperto incontri e passaggi amministrativi, senza però arrivare a un accordo definitivo. Il risultato è che, nel luglio 2026, la vicenda è tornata davanti al Consiglio di Stato con un giudizio finalizzato a ottenere l’esecuzione delle decisioni precedenti.
Il metodo del Campidoglio bocciato
I giudici non hanno cancellato il diritto del Comune a disciplinare il commercio nelle aree monumentali. Hanno però contestato il modo in cui Roma Capitale ha gestito la vertenza, ritenendo non dimostrato un percorso realmente partecipato con gli operatori. Da qui l’ordine di consentire il reinsediamento temporaneo negli stalli originari, salvo un diverso accordo o l’avvio di una nuova procedura di rilocalizzazione costruita nel rispetto delle garanzie previste.
La protesta cresciuta anche sui social
Negli anni gli urtisti hanno portato la propria battaglia anche sui social, raccontando la storia della categoria e denunciando il rischio di cancellare un mestiere tradizionale della Capitale. Attraverso pagine associative, fotografie dei vecchi banchi e testimonianze familiari, gli operatori hanno rivendicato una presenza ultracentenaria nei luoghi simbolo di Roma. Una campagna che ha cercato di spostare il confronto dal semplice tema delle bancarelle a quello del diritto al lavoro.
Le aperture di Gualtieri non sono bastate
Gli stessi urtisti hanno riconosciuto che Gualtieri, rispetto alle amministrazioni precedenti, ha mostrato maggiore disponibilità e riconosciuto il valore storico della categoria. Ma proprio questo rende più pesante l’epilogo. Alle dichiarazioni concilianti non è seguito un accordo capace di evitare una nuova condanna giudiziaria. Gli operatori si erano detti disponibili a uniformare i banchi, migliorarne l’aspetto e offrire nuovi servizi ai turisti. Il margine per trattare, dunque, esisteva.
Il decoro senza una strategia
Il ritorno dei banchi mette ora in difficoltà il Campidoglio anche sul piano del decoro. Roma Capitale rischia di dover ripristinare decine di postazioni prima di aver definito un progetto organico su dimensioni, colori, collocazioni e turnazioni. È il paradosso di una Giunta che rivendica una Capitale ordinata e moderna, ma viene costretta dai giudici a rincorrere una vertenza lasciata aperta per anni, senza aver costruito in tempo una soluzione condivisa.
Alla fine decide ancora il giudice
Il primo banco tornato al Colosseo diventa così il simbolo di un’amministrazione che non è riuscita a governare il problema. Gualtieri aveva ereditato una questione complessa, ma non gli è mancato il tempo per affrontarla. Sono mancati un procedimento efficace, una vera mediazione e una decisione capace di resistere davanti ai tribunali.
Dopo anni di incontri, determine, promesse e ricorsi, non è stato il sindaco a trovare l’equilibrio tra decoro e lavoro. È stato il Consiglio di Stato a imporre a Roma Capitale il passo indietro. E mentre gli urtisti riaprono i loro banchi davanti ai monumenti, sul Campidoglio resta il peso politico dell’ennesima soluzione arrivata non dalla Giunta, ma da una sentenza.