Roma, chi era Antony Josue, la guardia giurata travolta sul Gra mentre soccorreva un’auto. Lascia moglie e due figli

Antony Josue

Stava finendo il turno di lavoro. Mancavano pochi minuti per tornare a casa, dalla moglie e dai figli. Poi ha visto quell’auto capovolta in mezzo al Gra. E non ce l’ha fatta a fare finta di niente e proseguire dritto. Quando ha visto quell’incidente ha deciso di fermarsi per aiutare. E quel gesto gli è costato la vita. Antony Josue35 anni, guardia giurata romana, è stato travolto e ucciso ieri mattina sul Grande raccordo anulare di Roma mentre cercava di prestare soccorso.

Roma, tragedia sul GRA: si ferma per aiutare dopo un incidente, travolto e ucciso. Morto 35enne, tre feriti

La tragedia sul Gra: travolto mentre prestava soccorso

Antony Josue lavorava come guardia giurata per una società privata. È morto all’alba di domenica, intorno alle 5.15, sul Grande raccordo anulare, all’altezza dello svincolo per via Tuscolana. Aveva appena individuato una vettura ribaltata al centro della carreggiata. Antony ha fatto quello che riteneva giusto: si è fermato per aiutare. Prima di scendere ha avvisato la centrale operativa. Poi ha attraversato la strada. In quel momento le corsie erano libere. Poi l’impatto. Una Mercedes, guidata da un 22enne, è arrivata a forte velocità. Ha travolto Antony, centrato anche l’auto ribaltata, e si è fermata diversi metri più avanti. Per il 35enne non c’è stato nulla da fare.

“Era un ragazzo d’oro”: il dolore dei colleghi e della famiglia

In azienda lo ricordano tutti allo stesso modo: preciso, disponibile, sempre pronto ad aiutare. “Era un dipendente modello, puntuale, serio, mai un problema. Siamo distrutti”, raccontano. Aveva iniziato il turno la sera prima, alle 22, girando per i controlli di sicurezza a bordo della Panda aziendale. L’ultimo giro, poi il rientro. Alle 6 del mattino sarebbe dovuto essere di nuovo in centrale. Non ci è mai arrivato.

A casa lo aspettavano la moglie Shamira e i loro due bambini, di 7 e 5 anni. “Era tutto per loro. Quando non lavorava stava con noi. Bastava poco: giocare, stare insieme. Non ci serviva altro”, ha raccontato la donna. Si erano conosciuti nove anni fa. Una vita semplice, fatta di lavoro e famiglia, che si riflette sul suo profilo social, dove spicca una frase: “Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle”. E lui, con la sua generosità, le guardava.

Antony non era obbligato a fermarsi. Non era parte del suo servizio intervenire su un incidente stradale. Eppure lo ha fatto. Senza esitazioni. Come racconta chi lo conosceva: non si tirava mai indietro. È sceso dalla macchina dopo ore di lavoro, nel momento in cui chiunque avrebbe pensato solo a tornare a casa. Ha scelto di aiutare. E quella scelta gli è costata la vita.

L’inchiesta: accertamenti in corso sulla dinamica

Sulla vicenda indagano le forze dell’ordine per ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’incidente e le responsabilità. Resta una morte che scuote. Non solo per come è avvenuta, ma per il motivo. Perché dietro quella tragedia, prima ancora dei numeri e delle indagini, c’è un gesto semplice. Fermarsi. Aiutare. E non tornare più a casa.