Roma, ruspe in cinque campi rom per lo smantellamento parziale con 800mila € di mutuo e 20 anni di rate: “Chiusure rinviate”
Roma “smantella” cinque campi rom – così ci era stato promesso mesi fa dall’Amministrazione Gualtieri, in testa l’assessore al Patrimonio Zevi e poi a seguire il primo cittadino Gualtieri. Ma in realtà si tratterà solo di una operazione parziale che ha, tra l’altro, un costo decisamente alto. La delibera della Giunta Gualtieri n. 423 (la inseriamo, in formato scaricabile, alla fine di questo articolo) avvia una attività di bonifica molto limitata. La Giunta Gualtieri ha approvato un intervento da 900mila euro di soldi pubblici (quindi dei cittadini) per la rimozione di alcuni moduli (le casette, ndr) dei cosiddetti “Villaggi della Solidarietà”, più conosciuti come campi rom, il 20 novembre.
Ma la prima notizia politica è un’altra: il sindaco Roberto Gualtieri non era presente al momento del voto. E, con lui, mancavano in Giunta anche Alessandro Onorato (Sport e Turismo), Sabrina Alfonsi (Ambiente) e Barbara Funari (Servizi Sociali). Quattro assenti, in una decisione che mette mano a un tema socialmente esplosivo e finanziariamente delicato. Specie in vista delle elezioni 2027 con la relativa campagna elettorale già in pieno corso di svolgimento. L’impressione è la solita. Quando arriva il momento di mettere la firma politica su scelte controverse, la responsabilità politica si ‘diluisce’ e ‘annacqua’, come le strade di di Mister Asfalto.
“Smantellamento”? No: demolizione parziale. E quindi il conto può crescere
L’intervento finanziato con l’ennesimo mutuo bancario, quindi, non riguarda un ‘superamento’ complessivo dei campi, né un piano definitivo di chiusura, come preannunciato più volte da sindaco Gualtieri e assessore Zevi. Riguarda la sola demolizione di 87 moduli prefabbricati non più in uso in cinque insediamenti: Salone (14), Castel Romano (8), Candoni (16), Gordiani (6), Salviati (43).
E qui sta l’inghippo politico, economico e comunicativo: negli stessi Villaggi della Solidarietà, secondo i dati riportati negli atti, vivono circa 2.500 persone, con 470 moduli abitativi e circa 50 roulotte stanziali. Quindi sì, si abbatte qualcosa, è vero, ma l’intervento riguarda solo una ‘piccola fetta’ del totale dei campi rom. Il resto rimane lì. E quando si parte “a lotti”, a rate, la storia insegna una cosa semplice. Se non è un’uscita-chiusura definitiva, l’operazione diventa una sottospecie di ‘serie’ destinata a durare a lungo, a volte anni o decenni, con le classiche e solite proroghe all’italiana. Un cantiere tira l’altro, una proroga tira l’altra. E spesso anche, purtroppo, una spesa (a carico dei cittadini, magari tramite mutuo) tira l’altra. Del resto, i dubbi sono più che legittimi, visto che né il sindaco né tantomeno i suoi assessori (a cominicare da Zevi) hanno presentato questo piano alla stampa o sui social.
Il mutuo: 800mila euro. In una città che convive col macigno del debito
Il progetto di smantellamento parziale da 900mila euro viene finanziato così: 100mila da fondi già disponibili, 800mila tramite accensione di un mutuo. In pratica, per portare avanti questa demolizione “spezettata”, Roma decide di indebitarsi ancora. E questa scelta pesa ancora di più se si guarda il contesto: Roma è una città che da anni vive con la zavorra della gestione del debito storico, con un sistema di rientro e vincoli finanziari che ha condizionato bilanci, investimenti e priorità. È una Capitale che continua a pagare il passato, e mentre lo fa si ritrova spesso a finanziare il presente a rate.
Politicamente il messaggio che passa è brutale: si spendono centinaia di migliaia di euro “a debito” per togliere moduli vuoti, senza chiudere davvero i campi. Un intervento presentato come “messa in sicurezza”, che rischia di diventare l’ennesimo capitolo di una gestione senza fine: si demolisce un pezzo, si paga, e poi si torna a pagare?
La domanda, alla fine, non è tecnica. È politica e concreta: questa è una solo l’inizio di una fattura di spesa molto più più grande? Perché se lo smantellamento è solo parziale, una cosa è quasi certa: il conto da pagare, per i romani, non finisce qui e diventerà decisamente più grande.