Schlein a Barcellona con Sanchez si autocandida premier, Conte insiste sulle primarie: Salis pesa nel campo largo


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Il punto non è che Elly Schlein sia andata a Barcellona dal premier spagnolo Sanchez. Il punto è come ci sia andata. Non in visita, non in rappresentanza, ma in proiezione politica. Al fianco di Pedro Sánchez, dentro la vetrina della nuova mobilitazione progressista internazionale, la segretaria nazionale del Pd ha usato parole che in politica contano più delle smentite preventive: “Ci candidiamo alla vittoria”. Tradotto dal lessico diplomatico, significa una cosa molto semplice: Schlein non vuole più essere soltanto la leader dell’opposizione, vuole essere percepita come la candidata naturale a guidare il dopo-Meloni.

Il nodo non è l’alleanza

Nelle stesse ore in cui Elly Schlein saliva sul palco di Barcellona accanto a Pedro Sánchez, provando a darsi una cornice da leader di governo, Giuseppe Conte faceva l’operazione opposta: riportava tutto a casa, cioè alla contesa interna del centrosinistra. Prima in un’intervista al Corriere della Sera, e tutta pagina, poi in serata sul Nove, il leader del Movimento 5 Stelle ha rimesso al centro le primarie, evocandole non come dettaglio organizzativo ma come passaggio politico decisivo.

Il sottotesto è chiaro: Schlein può anche lavorare alla propria investitura internazionale, ma per Conte la guida del campo largo non si certifica per investitutre internazionali, né per prossimità simbolica con Sánchez. Si misura, semmai, con un confronto aperto, visibile, contendibile. E così, mentre la segretaria dem provava a mostrarsi già dentro il ruolo da premier, lui le ricordava che la partita, in realtà, non è ancora neppure cominciata.

Due linee, un solo problema

È qui che il centrosinistra mostra la sua fragilità più seria, che non è la lite ma il sincronismo mancato. Schlein parla già da possibile premier e contemporaneamente chiede di aprire il tavolo sul programma, facedno scomparire le primarie dal suo vocabolario. Conte dice che prima vengono i contenuti, ma intanto tiene accesa la questione delle primarie come se fosse il vero passaggio costituente della coalizione. Nessuno rompe, nessuno chiude, nessuno affonda il colpo. Ma nessuno, per ora, scioglie il punto essenziale: il campo largo vuole davvero costruire un’alternativa di governo o sta ancora decidendo chi debba incarnarla? È una differenza decisiva.

La variabile Salis

Ed è proprio in questo spazio irrisolto che torna a farsi sentire forte il nome di Silvia Salis. Prima si è sfilata dalle primarie, poi ha lasciato aperto uno spiraglio molto politico: “Se arrivasse una richiesta unitaria per sfidare Meloni – ha dichiarato sui giornali – la prenderebbe in considerazione”. Non un passo in avanti, ma nemmeno un passo indietro. Il punto è che Salis oggi pesa soprattutto come simbolo: è il nome che circola quando i partiti non riescono a fidarsi fino in fondo l’uno dell’altra. Un profilo civico, amministrativo, meno identitario, utile a chi sogna una sintesi che i leader attuali non stanno ancora offrendo. Non a caso, intorno a lei si sono mossi centristi e pezzi di Pd.

I numeri che spiegano il nervosismo

I sondaggi aiutano a capire perché il tema sia così sensibile. Secondo una rilevazione YouTrend per Sky Tg24 pubblicata il 15 aprile, in eventuali primarie Schlein sarebbe avanti, ma non in modo tale da chiudere la partita per sempre: tra i più motivati vincerebbe con il 41%, davanti a Conte al 26% e a Salis al 25%; in uno scenario più largo, Schlein scenderebbe al 36%, con Salis al 29% e Conte al 26%. Sono numeri che dicono due cose. La prima: Schlein parte forte. La seconda: il campo largo non è ancora abbastanza compatto da rendere superfluo un terzo nome. Ed è questo, forse, il dato più politico di tutti.

La vera crepa del campo largo

Il problema, allora, non è che Schlein si proponga. Sarebbe strano il contrario. Il problema è che la sua accelerazione internazionale e la controspinta di Conte sulle primarie stanno raccontando due film diversi sotto lo stesso manifesto. Lei prova a mostrarsi già pronta per Palazzo Chigi. Lui insiste che senza rito partecipativo la candidatura rischia di essere monca. In mezzo, Salis resta il promemoria più scomodo: quando una coalizione continua a evocare un volto esterno o laterale, significa che i volti interni non hanno ancora risolto il loro rapporto.

Il punto, in fin dei conti, sembra essere solo uno: prima ancora di stabilire chi debba salire a Palazzo Chigi, il centrosinistra dovrebbe trovare il coraggio di decidere che cosa intenda essere. Perché quando manca l’identità, anche la leadership finisce per sembrare soltanto una candidatura in cerca di una coalizione… e non il contrario.