Social e adolescenti, 29 Stati USA contro i giganti social: il rischio di trasformare politica, famiglie e scuola in spettatori
Negli Stati Uniti è iniziato a Oakland il maxi processo che vede 29 Stati schierati contro Meta, accusata di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi capaci di trattenere soprattutto bambini e adolescenti, favorendone un uso sempre più intenso e problematico. Meta respinge le accuse. Ma proprio da questo scontro nasce una domanda più ampia: quanto può essere scaricata sui social una responsabilità educativa che appartiene anche a famiglie, scuola e istituzioni?
Il cuore del procedimento è questo: stabilire se le piattaforme del gruppo abbiano sfruttato consapevolmente la maggiore vulnerabilità dei minori per aumentarne il coinvolgimento e se, nel farlo, abbiano violato la legge. Saranno giudici e giuria a decidere. Ma il processo apre anche un secondo fronte, meno giudiziario e più sociale: proteggere i ragazzi significa soltanto correggere gli algoritmi o anche recuperare il ruolo degli adulti che quegli strumenti dovrebbero insegnare a usare?
L’algoritmo può avere colpe, ma non cresce un figlio
Sarebbe sbagliato liquidare le accuse contro Meta. Se una piattaforma ha deliberatamente utilizzato sistemi capaci di favorire comportamenti problematici nei minori, è corretto accertarne le responsabilità.
Ma una responsabilità industriale non cancella quella educativa. Uno smartphone non arriva da solo nelle mani di un bambino, così come Instagram non decide autonomamente quanto tempo un adolescente possa trascorrervi. Tra il prodotto e il minore esistono — o dovrebbero esistere — genitori, famiglia e scuola, chiamati a spiegare, controllare, mediare e, quando necessario, mettere dei limiti.
Prima dello scroll c’era la merendina
Il paragone può sembrare provocatorio, ma racconta bene il cambiamento della società. Negli ultimi decenni l’industrializzazione, il lavoro e nuovi ritmi familiari hanno progressivamente modificato anche l’alimentazione. Mamme, papà, nonne e nonni passano meno tempo ai fornelli rispetto a generazioni fa e nei carrelli sono aumentati prodotti confezionati, merendine, cereali, snack e cibi pronti.
Dietro quei prodotti esistono naturalmente marketing e strategie commerciali. Anche quelle aziende cercano clienti, fidelizzazione e profitto. Eppure nessuno penserebbe seriamente di affidare a un produttore di biscotti il compito principale di insegnare a un bambino come alimentarsi.
È la famiglia a scegliere cosa comprare, quanto offrirne e con quale frequenza.
Perché nel mondo digitale dovrebbe valere un principio completamente diverso?
Imprese e genitori: responsabilità che possono convivere
Questo non significa assolvere preventivamente le piattaforme. Un prodotto rivolto anche ai giovani deve essere sicuro e un’azienda non può nascondersi dietro la responsabilità dei genitori per sottrarsi alle proprie.
Ma vale anche il contrario: chiedere responsabilità a chi vende un servizio non significa cancellare quella di chi deve insegnare a utilizzarlo.
Il rischio è trasformare Meta nell’unico imputato di un fenomeno molto più ampio. Perché vietare, limitare o modificare un algoritmo può aiutare, ma non sostituisce l’educazione digitale. E nessuna sentenza può entrare nelle case per decidere quando un ragazzo deve posare il telefono.
La politica non può fermarsi al tribunale
Qui emerge la questione più interessante. Se la politica ritiene davvero che i social rappresentino un rischio per bambini e adolescenti, la risposta non può esaurirsi nelle cause miliardarie contro le Big Tech. Servono anche educazione digitale nelle scuole, sostegno alle famiglie e maggiore consapevolezza degli adulti.
Nel processo americano la posta economica è enorme: secondo quanto riportato nell’articolo di partenza, le conseguenze potenziali per Meta potrebbero arrivare nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, oltre a possibili modifiche al funzionamento delle piattaforme.
Ma anche una vittoria totale contro Meta non risolverebbe da sola il problema.
Un tribunale può cambiare Instagram, non educare un adolescente
Alla fine non serve scegliere tra “colpa di Meta” e “colpa dei genitori”. Sarebbero due semplificazioni opposte.
Se Instagram e Facebook hanno violato la legge, dovranno risponderne. Se determinati sistemi sono pericolosi per i minori, dovranno essere corretti. Le istituzioni devono fissare le regole e farle rispettare.
Ma famiglia e scuola restano dentro la partita.
Perché possiamo cambiare gli algoritmi, introdurre controlli e persino limitare l’accesso ai social. Resterà comunque qualcosa che nessuna multinazionale e nessun tribunale potranno fare al posto di un adulto: insegnare a un ragazzo quando usare uno smartphone e, soprattutto, quando spegnerlo.