Ultimo, il concerto dei record e la notte della rabbia: Roma incassa milioni, i fan pagano il conto tra navette fantasma e ragazzi costretti a dormire sui marciapiedi
Duecentocinquantamila persone. Un record assoluto. Per mesi il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato raccontato come il grande evento dell’anno. Lo ha fatto il cantante, lo ha fatto il Campidoglio, lo hanno fatto il sindaco Roberto Gualtieri e l’assessore ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, che hanno presentato la nuova area come il futuro dei grandi spettacoli romani.
Poi è arrivata la prova del nove. E, almeno per migliaia di spettatori, la festa è finita insieme all’ultima nota. Da quel momento è iniziata un’altra storia. Quella fatta di ore di attesa, chilometri percorsi a piedi, navette introvabili, stazioni della metro congestionate, famiglie con bambini esausti e ragazzi costretti a dormire sui marciapiedi aspettando che riaprisse la metropolitana. Perché se il concerto è entrato nella storia, anche il deflusso rischia di restarci.
Se dentro l’arena di è vista la musica, fuori si è assitito a una massa di persone rimasta intrappolata nel tentativo di lasciare Tor Vergata. Famiglie con bambini costrette a camminare per chilometri. Ragazzi accampati sui marciapiedi fino all’alba. Navette introvabili. File interminabili davanti alla Metro C. Telefoni senza campo. Persone che non sapevano neppure in quale direzione andare. E da ieri quella rabbia ha invaso i social.
“Sono tornato a casa alle sei del mattino. Non lo rifarei mai più”
Tra le testimonianze raccolte c’è quella di David, che racconta ai nostri microfoni una notte che definisce semplicemente “massacrante”. “Sono riuscito a rientrare a casa con la mia famiglia alle sei del mattino. È stato allucinante. Avevo promesso questo concerto ai miei figli, ma se avessi saputo una cosa del genere sarei rimasto a casa. Siamo rimasti intrappolati in una marea umana che non riusciva a uscire. Poi abbiamo dovuto percorrere diversi chilometri a piedi per raggiungere l’auto perché le navette erano troppo poche. C’era gente che ha fatto a botte pur di salirci. Noi eravamo con bambini già sfiniti dopo ore sotto il sole. Abbiamo camminato quasi cinque ore tra andata e ritorno. La domenica l’abbiamo passata a dormire”.
Facebook, Instagram, TikTok e X si sono riempiti di video e racconti. Fiumi di persone che avanzano lentamente nel buio. File senza fine davanti alle fermate delle navette. Ragazzi seduti sui marciapiedi. Famiglie ferme per ore senza sapere quale strada prendere. Molti raccontano di aver impiegato quattro, cinque, perfino sei ore soltanto per riuscire a lasciare l’area del concerto. C’è chi ha rinunciato alle navette e ha camminato per chilometri. Chi ha aspettato inutilmente un autobus mai arrivato. Chi ha trovato la metropolitana bloccata. Chi, semplicemente, si è arreso e ha aspettato l’alba seduto per terra.
“Il successo non si misura dai numeri: esperienza pessima”
Elsa riassume quello che molti hanno pensato. “La responsabilità è il risultato di una gestione che, a mio avviso, non è stata all’altezza di un evento di queste dimensioni. Il rispetto per chi ti segue passa anche dalla puntualità. Migliaia di persone erano lì da ore, molte dalla mattina, altre da giorni. Il risultato è stato che tantissimi hanno vissuto il concerto stanchi, preoccupati più di come sarebbero tornati a casa che della musica. Il successo non si misura soltanto dai numeri. Si misura dalla capacità di gestire quei numeri“.
Ancora più dura Roberta. “Esperienza pessima. Navette inesistenti da Anagnina, file chilometriche, siamo andati a piedi. Arrivati al concerto ci siamo trovati persone di altri Pit nel nostro settore. Visuale ostruita da bagni e stand. Poi sei ore per rientrare tra chilometri a piedi e file interminabili alla metro Giardinetti, ammassati come pecore senza nessuno che desse indicazioni. Rientrati alle sei del mattino. Mai più“.
“Ho pagato quasi 100 euro per guardare i bagni”
Le proteste non riguardano soltanto il rientro. Molti spettatori lamentano anche problemi nella disposizione dell’area. Stefania racconta di aver aspettato questo concerto per un anno. “I maxi schermi non erano affatto maxi. Io ero al Pit 5 e praticamente non vedevo nulla. Davanti avevo i bagni e gli stand del cibo. Gli schermi spesso si bloccavano e all’inizio audio e immagini non erano sincronizzati. Ho semplicemente ascoltato musica in compagnia. Sono uscita profondamente delusa“.
“Caro Ultimo e fan di Ultimo”, dice tra il serio e il faceto l’attore Stirlo, “solitamente quando vado a un concerto il cantante lo vedo. E invece ho pagato 80 euro più prevendita per guardare Ernesto che fa i panini. Tra me e il palco c’erano i gazebi delle rivendite di pane e salsiccia, è assurdo. Almeno potevate mettere i maxischermo, non tre francobolli che non si vedevano”.
E sui social c’è chi ironizza. “Ahò… stavo al P6. Avevamo un CAP diverso rispetto al palco”. Una battuta che è diventata virale.
“Navette fantasma”, chilometri a piedi e ragazzi che hanno dormito per strada
Le immagini circolate durante la notte raccontano migliaia di persone ferme davanti alle fermate, code interminabili verso la Metro C, ragazzi seduti sui marciapiedi, famiglie con bambini costrette ad aspettare ore. Tra i commenti più condivisi si leggono frasi che descrivono una situazione ben diversa da quella raccontata nei comunicati istituzionali, che descrivono invece il successo della serata e, ovviamente, dell’organizzazione perfetta.
Che per “Marii-04” non c’è proprio. “Lasciamo perdere. Quattro ore e mezzo per le navette. Organizzazione pessima”. Così come per “Sabry Schema”. “Navette fantasma. Disorganizzazione assoluta. Un’area non idonea per ospitare 250 mila persone paganti. Incassi record, ma organizzazione da dimenticare”. Valerio è ancora più drastico. “Mai più. Roma non è organizzata per accogliere tutta questa gente”. Fede individua invece quello che considera il vero problema. “Non è il numero delle persone. È la totale assenza di assistenza. La gente non capiva dove andare. Non c’era segnaletica. Non c’era nessuno. Finito il concerto, sono spariti tutti”. In pratica, tutto il contrario dei roboanti comunicati provenienti dal Campidoglio.
Ragazzi costretti a dormire per strada
Tra i video più impressionanti ci sono quelli girati davanti alle fermate della metropolitana. Decine di ragazzi sdraiati sui marciapiedi. Persone che usano felpe e zaini come cuscini. Famiglie sedute sulle aiuole aspettando che riaprisse la Metro C.
Una ragazza racconta su TikTok: “Ho pagato quasi cento euro di biglietto e ho visto il concerto con i bagni davanti. Poi siamo rimasti a dormire sui marciapiedi fino alle cinque del mattino perché non c’erano né metro né navette. Ho foto e video che mi fanno ancora piangere. C’era gente con bambini che dormiva per terra”.
Atac: “Persone sui binari e freni d’emergenza azionati”
Atac ha spiegato che durante il deflusso si sono verificati diversi episodi che hanno rallentato ulteriormente il servizio della Metro C. L’azienda parla di persone scese sui binari e di ripetuti azionamenti dei freni d’emergenza, situazioni che hanno inevitabilmente complicato la circolazione proprio mentre migliaia di persone cercavano di raggiungere le stazioni.
Circostanze che spiegano una parte delle criticità, ma che non cancellano le immagini di una notte che molti spettatori definiscono “indimenticabile”, purtroppo non per la musica.
Onorato parla di “qualche disservizio”. Per chi c’era è stata un’altra storia
Il sindaco Roberto Gualtieri ha riconosciuto che alcuni aspetti organizzativi dovranno essere migliorati, spiegando che il deflusso rappresenta uno dei punti sui quali il Campidoglio lavorerà in vista di futuri eventi. E, a poche ore dal concerto, l’assessore ai Grandi Eventi Alessandro Onorato ha rivendicato il successo dell’iniziativa. Ha parlato di un “modello Roma” che funziona, di oltre 156 mila persone arrivate da fuori città, di un indotto economico superiore ai 90 milioni di euro, di milioni incassati attraverso la tassa di soggiorno e di centinaia di migliaia di euro versati dagli organizzatori per i servizi pubblici.
Nel suo intervento ha riconosciuto che si è verificato “qualche disservizio”, sostenendo però che, in un evento di simili dimensioni, possa accadere e che il bilancio resti “clamorosamente positivo”. Ma basta leggere le centinaia di testimonianze pubblicate online per capire quanto quella definizione venga percepita come distante dalla realtà vissuta da chi era lì.
Per chi è rientrato alle sei del mattino con bambini piccoli. Per chi ha camminato per ore senza sapere dove andare. Per chi ha dormito sull’asfalto aspettando la riapertura della metropolitana. Per chi aveva pagato un biglietto mesi prima e ha concluso la serata con la sensazione di essere stato lasciato solo. Perché un “disservizio” è un autobus in ritardo.
Quella raccontata da migliaia di spettatori è stata, invece, una lunga notte di caos, stanchezza e improvvisazione. Ed è proprio questo il rischio più grande per il futuro di Tor Vergata: se Roma vuole davvero candidarsi a ospitare gli eventi più grandi d’Europa, non basteranno i numeri da record o gli incassi milionari. Sarà necessario dimostrare che, una volta spenti i riflettori, è in grado di riportare a casa in sicurezza anche 250 mila persone. Per molti, sabato notte, questa prova non è stata superata.