Figc, rivoluzione dopo lo smacco Mondiali: Abete e Malagò in corsa per rifondare il calcio italiano
Non è una normale elezione federale: la corsa alla presidenza della Figc si apre dentro una ferita ancora viva: l’Italia resterà fuori anche dal Mondiale 2026, dopo le assenze già pesantissime del 2018 e del 2022. È la terza esclusione consecutiva dalla fase finale dei Mondiali, uno choc sportivo e nazionale che ha trasformato il voto del 22 giugno in qualcosa di più di un passaggio burocratico: una resa dei conti sul futuro del calcio italiano.
Abete e Malagò entrano in campo
Giancarlo Abete e Giovanni Malagò hanno depositato ufficialmente le candidature per guidare la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Abete, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, si è presentato personalmente in via Allegri, sede della Figc, durante il Consiglio Federale. La candidatura di Malagò, ex presidente del Coni, è stata invece consegnata da un delegato. Con loro arrivano programmi, mandati delle componenti e liste per il prossimo Consiglio Federale.
La rivoluzione dopo il disastro
Il punto politico è tutto qui: il calcio italiano non può più limitarsi a cambiare un nome sulla porta. Dopo tre Mondiali mancati di fila, la Figc è chiamata a dimostrare se vuole davvero voltare pagina o se resterà prigioniera dei soliti equilibri interni. La parola “riforma”, stavolta, non è uno slogan da assemblea. È la domanda che arriva dai tifosi, dai club, dai vivai e da un movimento che ha perso centralità proprio mentre il resto d’Europa corre.
Il 22 giugno la scelta
La Federazione avrà tempo fino al 22 maggio per pubblicare l’accettazione delle candidature depositate. Poi partirà l’ultimo mese di campagna federale, con l’assemblea del 22 giugno chiamata a scegliere il nuovo presidente. Malagò arriva con un profilo istituzionale forte e con diversi sostegni nel sistema; Abete risponde con esperienza federale, radicamento nei dilettanti e conoscenza profonda della macchina Figc.
Il nodo Malagò e la linea di Abete
Sul tavolo resta anche il tema della presunta ineleggibilità di Malagò, legata al cosiddetto “cooling off period”, cioè il passaggio da un ente vigilante a una realtà vigilata. Abete, interpellato sul punto, ha scelto di non trasformare subito la sfida in un duello legale: “Non ho approfondito perché non è una questione di mia competenza”. Una frase prudente, ma anche un messaggio politico: il confronto, almeno per ora, deve stare sui programmi.
Una Figc costretta a cambiare pelle
Il voto del 22 giugno, quindi, non assegnerà solo una poltrona. Deciderà chi dovrà guidare la ricostruzione dopo lo schiaffo più duro: un’Italia di nuovo spettatrice al Mondiale. Abete e Malagò rappresentano due strade diverse, ma lo stesso obbligo: restituire credibilità a un sistema che non può più permettersi di chiamare “incidente” ciò che ormai è diventato una crisi strutturale.