Malagò si prende la FIGC: il calcio italiano volta pagina dopo l’ennesimo disastro Mondiale


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Il calcio italiano ha scelto la strada di Giovanni Malagò. Dopo settimane di manovre, conteggi, alleanze e sospetti, l’Assemblea elettiva della FIGC ha consegnato all’ex numero uno del CONI il ruolo di uomo chiamato a rimettere in piedi una federazione ferita. La partita con Giancarlo Abete si è consumata al Rome Cavalieri, nel cuore di Roma, con il peso enorme dell’ennesima esclusione dell’Italia dal Mondiale ancora addosso al sistema.

Abete resta il volto del passato

Giancarlo Abete si è presentato forte soprattutto della Lega Dilettanti, la componente che guida e che conserva un peso importante negli equilibri federali. Ma la sua candidatura è rimasta inchiodata a un’immagine difficile da scrollarsi di dosso: quella del ritorno al passato. Abete è stato l’ultimo presidente ad accompagnare l’Italia a un Mondiale, ma anche l’uomo della disfatta brasiliana del 2014. Oggi quella memoria non è bastata per riaprire davvero la partita.

Il blocco che ha spinto Malagò

La spinta decisiva per Malagò è arrivata dal fronte più pesante politicamente: Serie A, Serie B, calciatori e allenatori. Un asse robusto, costruito nelle settimane successive al crollo della Nazionale, che ha trasformato la candidatura dell’ex presidente CONI da ipotesi suggestiva a soluzione di sistema. Non un outsider, dunque, ma un uomo di apparato chiamato paradossalmente a cambiare proprio l’apparato. Ed è qui che comincia la vera contraddizione politica.

Ora il nodo è la Nazionale

La prima partita, adesso, sarà la scelta del nuovo commissario tecnico. Roberto Mancini resta un nome forte, carico di nostalgia e sponsor importanti, ma anche di ombre pesanti per il modo in cui lasciò l’Italia nel 2023. Sul tavolo restano profili come Conte, Motta, Pioli e altre soluzioni capaci di dare uno strappo tecnico e mediatico. Ma il CT non basterà: senza una nuova idea di calcio italiano, ogni nome rischia di diventare solo l’ennesimo cerotto.

Le riforme promesse

Il programma di Malagò parla di più spazio ai giovani italiani, seconde squadre, incentivi, sostenibilità, riduzione dei club professionistici e, sullo sfondo, possibile Serie A a 18 squadre. Tutte parole pesanti, tutte riforme che in Italia fanno tremare il palazzo prima ancora di arrivare al tavolo. Perché ogni cambiamento tocca interessi, rendite, retrocessioni, diritti televisivi, bacini elettorali e piccoli feudi federali. La riforma è facile da annunciare, molto più difficile da votare.

Il conto arriverà presto

Malagò entra in FIGC con il mandato della ricostruzione, ma anche con un debito politico evidente verso chi lo ha sostenuto. I club lo hanno accompagnato al traguardo, e i club saranno i primi a chiedere ascolto, protezione e risultati. Il punto è tutto qui: il nuovo presidente dovrà decidere se essere il notaio degli equilibri esistenti o l’uomo che prova davvero a ribaltare il tavolo. Dopo tre Mondiali bruciati, il calcio italiano non può più permettersi solo una nuova faccia. Gli serve una scossa vera.