Nazionale, torna Mancini? Il calcio italiano promette la rivoluzione, ma rischia un grande déjà-vu

Roberto Mancini, ex ct della nazionale italiana - www.7colli.it

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Il problema non è Roberto Mancini. Il problema è capire se il suo possibile ritorno sulla panchina dell’Italia sarà davvero l’inizio di un ciclo davvero nuovo o solo+ l’ennesimo cambio di facciata. Mancini oggi appare il nome più avanti nella corsa al ruolo di nuovo commissario tecnico, davanti a profili suggestivi ma complessi come Conte e Guardiola. Ma il punto vero non è solo chi siederà in panchina. È cosa cambierà davvero attorno a lui.

La Nazionale come grande evento televisivo

La Nazionale non è mai stata soltanto calcio. È uno degli ultimi grandi riti collettivi della televisione italiana: il divano, la famiglia, il bar sotto casa, il Paese che per novanta minuti torna a guardare la stessa immagine. Anche per questo la scelta del ct non riguarda solo lo spogliatoio. Riguarda il racconto pubblico dell’Italia, la sua capacità di emozionarsi ancora davanti a una maglia azzurra senza sentirsi presa in giro dall’ennesima promessa di rinascita, dopo tre rovinose cadute e altrettante esclsiuoni dalle fasi finali dei mondiali.

Una squadra che non può vivere di nostalgia

Mancini porta con sé un curriculum che nessuno può cancellare: l’Europeo vinto nel 2021, la lunga striscia di risultati utili, l’idea di una Nazionale capace di giocare e non solo di resistere. Ma porta anche il peso della mancata qualificazione al Mondiale 2022 e dell’addio del 2023, consumato prima dell’esperienza in Arabia Saudita. Per questo il suo ritorno non può essere raccontato come una semplice restaurazione sentimentale. Sarebbe troppo comodo.

Il segnale arrivato da Baldini

Nel frattempo Silvio Baldini, ct provvisorio, ha lasciato un messaggio più politico che tecnico. Due vittorie per 1-0, tanti giovani lanciati, una Nazionale ringiovanita e meno impaurita. La frase più importante non è stata sul risultato, ma sul metodo: i giovani non sono un intralcio. Sono una risorsa. In un calcio italiano spesso bravissimo a invocare il futuro e lentissimo a concedergli spazio, questa è la vera notizia.

Tutto dipende dalla Figc

La scelta del nuovo ct, però, passa inevitabilmente dalla partita più delicata: la presidenza Figc. Il 22 giugno si vota, con Giovanni Malagò e Giancarlo Abete candidati. Malagò, sostenuto dalla Serie A, sarebbe orientato su Mancini. Ma la sua candidatura è finita sotto la lente delle verifiche richieste a Coni e Anac sul tema del pantouflage. Nulla che oggi consenta sentenze preventive. Ma abbastanza per ricordare che il calcio italiano, prima ancora di rifondarsi in campo, deve dimostrare piena limpidezza nelle stanze dove si decide.

Il rischio gattopardesco

È qui che nasce il dubbio più serio. Il calcio italiano conosce bene le liturgie del cambiamento: nuovi programmi, nuovi slogan, nuove conferenze stampa, vecchie abitudini. Tutto sembra muoversi, ma spesso il sistema resta uguale a se stesso. Una nuova Italia di Mancini avrebbe senso solo se non diventasse la copertina elegante di un libro già letto riletto, un film già visto e rivisto: stessi equilibri, stessi veti, stessa difficoltà nel premiare merito, vivai, competenza e responsabilità.

La Nations League come primo esame

Il calendario non concede poesia. Il 25 settembre l’Italia riparte contro il Belgio, poi Turchia e Francia in un girone di alto livello. Non sarà una passerella, ma un test vero. E forse è meglio così. Perché questa Nazionale non ha bisogno di illusioni rapide, ma di una direzione. Non basta scegliere un allenatore forte. Bisogna decidere se costruire finalmente un sistema credibile intorno a lui.

La svolta o la solita messa in scena

Il calcio, alla fine, è uno specchio del Paese. E la tv, quando c’è di mezzo la Nazionale, amplifica quello specchio fino a renderlo nazionale davvero. Racconta la fatica italiana nel trasformare le crisi in riforme vere. Racconta l’abitudine a cambiare i nomi senza cambiare i meccanismi. Mancini può essere una scelta seria, anche intelligente. Ma solo se accompagnata da una svolta reale: giovani, regole chiare, meno alibi, meno teatro di palazzo. Altrimenti il rischio è il più italiano di tutti: far sembrare che tutto cambi, affinché nulla cambi davvero.