Più poteri a Roma, riforma ‘impantanata’ da 19 giorni: il PD e Gualtieri pretendono da FdI e Meloni anche più fondi


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Diciannove giorni ferma-impantanata in un cassetto del Senato: la riforma che dovrebbe consegnare più poteri a Roma è stata assegnata alla Commissione Affari costituzionali il 4 maggio, ma da allora l’esame non è ancora cominciato. Intanto il tempo passa e la Capitale resta sospesa tra promesse istituzionali, richieste di denaro e una guerra politica sempre più aperta tra Partito Democratico e Fratelli d’Italia. Il primo voto alla Camera c’è stato, ma il percorso sembra essersi inceppato.

Il sì alla Camera con la crepa del PD

Difatti il 29 aprile la Camera ha approvato in prima lettura la riforma costituzionale con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti. Ma il dato politico più pesante è arrivato proprio dal partito che governa Roma e il Campidoglio: il PD non ha votato a favore. Ha scelto l’astensione. Definita da Roberto Morassut “costruttiva”, chiedendo che ai nuovi poteri sia affiancata una legge ordinaria capace di garantire più risorse. Formalmente il testo è passato; politicamente, l’intesa larga sulla Capitale si è spezzata.

Meloni contro i dem: il patto saltato

Giorgia Meloni ha reagito senza usare mezze misure. Per la presidente del Consiglio, l’astensione del PD ha interrotto un percorso condiviso anche con il Campidoglio e ha colpito una riforma costruita tenendo conto delle richieste del sindaco Gualtieri. La lettura di Fratelli d’Italia è chiara: il partito del sindaco avrebbe tirato il freno proprio quando Roma poteva ottenere un riconoscimento storico.

Gualtieri chiede risorse, ma il suo partito congela la riforma

Gualtieri dal canto suo ha salutato positivamente l’approvazione della riforma, ma ha chiesto che vengano definite rapidamente la legge ordinaria e le “risorse necessarie” per renderla concreta. È la stessa linea sostenuta dal PD per motivare l’astensione. Ma il risultato, oggi, è politicamente scomodo: il sindaco chiude più strumenti per governare Roma, mentre il suo stesso partito ha negato il voto favorevole al primo passaggio parlamentare, indebolendo l’accordo con il Governo.

Il debito che incombe sulla richiesta di fondi

Dietro la battaglia sui poteri c’è ovviamente il peso dei conti romani in profondo rosso. La Capitale convive da anni con la gestione separata del debito accumulato fino al 28 aprile 2008, una voragine amministrativa che ha richiesto un piano di rientro straordinario. Nel dicembre 2025 Gualtieri ha annunciato il percorso verso la chiusura della Gestione commissariale, ricordando che il pagamento del debito è stato sostenuto con 300 milioni dello Stato e 200 milioni a carico di Roma, alimentati anche dall’addizionale Irpef straordinaria dello 0,4% e da una quota dell’addizionale aeroportuale.

Più poteri, più soldi: intanto Roma resta ferma

È qui che la riforma diventa una partita tutta politica. Gualtieri e il PD non vogliono soltanto una Capitale con maggiori competenze: chiedono che il Governo metta sul tavolo risorse extra. FdI replica che il momento per sostenere Roma era il voto alla Camera, non l’astensione. Nel mezzo resta la città: una Capitale chiamata a risolvere trasporti, servizi, casa, sicurezza, e buche nelle strade, mentre la riforma che dovrebbe rafforzarla non muove un passo da 19 giorni. Il rischio è semplice: una promessa solenne, affondata nel solito pantano politico dei partiti.