Roma, “Anch’io da sola non ce la faccio più, non voglio ammazzarmi”: il grido di aiuto di Marisa

carrozzina elettrica

Abita anche lei nel IV Municipio di Roma, quello dove ieri, a Pietralata, in una villetta di via dell’Antracite, si è consumata la tragedia che ha visto morire Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, 41, la loro figlia Bianca, di appena 5 anni e il cane Teo. Tutti uccisi perché non ce la facevano più. Ancora non si sa chi abbia premuto il grilletto, tra i due genitori. Forse lo riveleranno quelle 20 lettere trovate in casa e destinati a familiari e amici.

Ma lei, Marisa (nome di fantasia, ndr), 55 anni, non vuole arrendersi. Non ancora. E chiede aiuto. “Non lasciatemi sola”. La donna è costretta su una sedia a rotelle: è affetta da atrofia muscolare di Duchenne e da 11 anni non riesce neanche più a camminare.

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Da autonoma al crollo

“In passato – spiega Marisa – riuscivo a cavarmela abbastanza bene. Poi la mia malattia è peggiorata e 11 anni fa sono finita sulla sedia a rotelle, perché non riesco più a stare in piedi e a camminare. Ma il crollo l’ho avuto poco più di 4 anni fa, quando il mio ex marito mi ha lasciata“. Un crollo psicologico, che si è ripercosso anche nel fisico. “Ho sofferto di depressione, mi sono lasciata andare e questo mi ha provocato diversi problemi anche con la gestione personale e della casa”. Il compagno era la persona che accompagnava Marisa alle visite mediche, a fare le analisi, le terapie. Ma anche la spesa, una passeggiata, qualche volta una cena fuori o un cinema.

“Di colpo non ho avuto più niente. Neanche la possibilità di andare a fare le visite, perché, anche chiamando un taxi, non riesco a salire da sola. Posso arrivare con la carrozzina elettrica fino all’auto, visto che abito al piano terra, ma lì mi fermo. E siccome sono un po’ pesante, metto in difficoltà il tassista, se deve aiutarmi da solo a farmi salire. Servirebbe quindi qualcuno. Senza contare che non posso permettermi economicamente di prendere un taxi ogni volta che devo uscire per fare controlli o altro”.

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L’aiuto dei figli, ma non basta

Marisa, che abita alle case Ater di Casal Monastero, ha due figli, una femmina di 30 anni e un maschio di 32. Ma entrambi lavorano e non riescono a seguire la madre, se non occasionalmente. “Già così per me è pesante dover chiedere a loro aiuto, sapendo che hanno lavori che li impegnano 12 ore al giorno. Non potrei chiedere tutto quello di cui ho bisogno, partire dal fare le analisi del sangue particolari, che devo fare in continuazione per tener sotto controllo dei valori. Fino a un anno e mezzo fa noi tre abbiamo cercato di cavarcela, ma ora non ce la facciamo più. Io non ce la faccio più, sento di essere arrivata al limite delle mie forze. E chiedo che mi venga assegnato qualcuno che mi segua davvero e mi aiuti”.

In realtà un’assistente sociale che segue Marisa ci sarebbe. “Ma è sempre troppo impegnata per i fatti suoi. Una volta per una cosa, una volta per un’altra. E io resto prigioniera. Certo, potrei uscire sul marciapiede e fare il giro del palazzo. Ma poi? Non riesco a fare le visite, non riesco a fare le terapie. Il mio sogno sarebbe andare in una palestra per far mettere “in moto” qualche muscolo. Un sogno, appunto, visto che già le gambe non funzionano più. Possibile che per avere un aiuto concreto si debba arrivare ai gesti estremi?”

La richiesta al Presidente Umberti

Marisa si è rivolta più volte ai servizi sociali del IV Municipio. “Da un anno e mezzo chiedo assistenza, ma nessuno mi ascolta. Il mio errore è stato non chiedere aiuto da subito, da quando è andato via mio marito. Credevo e speravo di farcela da sola, con i miei figli, che avrebbe dovuto farmi da caregiver, ma non è stato così. Non ce la facciamo. Loro devono lavorare, io vorrei almeno provare a vivere e non vegetare”. A i vari problemi adesso se ne è aggiunto uno pratico. Ieri la donna ha bucato le ruote della sua carrozzina elettrica. “E ora sì che sono prigioniera. Cambiarle non è semplice, oltre che costoso”.

Quale pensa possa essere la soluzione? “Io avevo anche proposto di chiudermi in un istituto, tanto non vedo alternative. Poi mi hanno detto che sono ancora giovane per fare una scelta così drastica. E allora chiedo con disperazione che ci sia, da parte del Municipio, del Presidente Massimiliano Umberti e del Comune, quell’aiuto che viene pubblicizzato nelle frasi di circostanza. Quello che deve arrivare prima che sia troppo tardi”.

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