Roma, bufera in Ama, la Lega attacca il Campidoglio: “600mila € di danno erariale, Gualtieri dov’era?”
Ama torna al centro dello scontro politico in Campidoglio. Fabrizio Santori, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina, punta il dito contro il sindaco Roberto Gualtieri e chiede chiarimenti su una vicenda che, secondo il consigliere, riguarderebbe circa 600mila euro di presunto danno erariale legato a procedure di gara già finite al centro di esposti, verifiche e indagini. La domanda politica è netta: Roma, socio unico di Ama, e il sindaco Gualtieri, hanno controllato davvero oppure hanno ‘lasciato correre’? Questa la domanda.
L’attacco della Lega
Santori ha depositato un’interrogazione al sindaco per sapere cosa sapesse l’Amministrazione, quali verifiche siano state svolte e perché non si sia intervenuti prima. La sua accusa è diretta: “Una vicenda gravissima che oggi pone una domanda politica precisa: dov’era il sindaco Gualtieri mentre tutto questo accadeva?”. Non è solo una richiesta di chiarimento amministrativo. È un affondo sulla capacità del Campidoglio di vigilare sulle proprie partecipate, soprattutto quando si parla di una società centrale come Ama.
Gare, anomalie e costi
Nel mirino finiscono procedure di gara sulle quali, secondo Santori, sarebbero state segnalate anomalie nei criteri tecnici, possibili distorsioni nelle aggiudicazioni, procedure bloccate e successivi affidamenti più onerosi. Tradotto fuori dal linguaggio burocratico: gare contestate, ritardi, costi che rischiano di salire e un’azienda già appesantita da problemi strutturali. Per la Lega, il caso non riguarda soltanto singoli atti, ma un sistema di controllo che avrebbe dovuto intercettare prima le criticità.
Il nodo della vigilanza
La domanda che Santori porta in Aula è semplice e politicamente pesante: chi doveva controllare? Ama è una società partecipata da Roma Capitale, quindi il Campidoglio non può essere spettatore. Per l’opposizione, non basta scaricare tutto sui livelli tecnici dell’azienda. Quando emergono esposti, verifiche e sospetti di maggiori costi, la politica deve spiegare se ha vigilato, se ha chiesto relazioni, se ha preteso correzioni e se ha tutelato l’interesse pubblico.
I cittadini sullo sfondo
Il passaggio più graffiante riguarda i romani. Santori lega il caso al peso della Tari, alle criticità del servizio rifiuti e ai compensi riconosciuti ai vertici aziendali. Il ragionamento è chiaro: mentre i cittadini pagano tasse sempre più alte e continuano a vedere problemi nella raccolta, dentro Ama — sostiene la Lega — si sarebbero accumulati ritardi, contenziosi, anomalie e possibili danni erariali. Una fotografia politicamente scomoda per la maggioranza capitolina.
Premi e responsabilità
Nel comunicato Santori punta anche sui premi, sulle quote legate al raggiungimento degli obiettivi, sulle transazioni e sui compensi accessori percepiti dai dirigenti. Il messaggio è costruito per colpire un nervo scoperto: come si possono riconoscere benefici economici mentre l’azienda è attraversata da contestazioni e problemi operativi? È qui che il caso si allarga: non solo gare, ma anche criteri di valutazione, responsabilità manageriali e controllo pubblico sulle performance reali.
Gualtieri chiamato a rispondere
Ora la palla passa al Campidoglio. L’interrogazione della Lega punta a ottenere risposte su cosa abbia fatto Roma Capitale, quali atti siano stati richiesti ad Ama e perché, secondo Santori, gli allarmi non abbiano prodotto un intervento tempestivo. La vicenda rischia così di trasformarsi in un nuovo fronte politico per Gualtieri: non solo la gestione dei rifiuti nelle strade, ma anche la governance dell’azienda che quei rifiuti deve raccoglierli, trattarli e gestirli.
Una questione più grande di Ama
Il caso sollevato da Santori parla di Ama, ma tocca un tema più ampio: il controllo sulle partecipate capitoline. Roma Capitale governa società strategiche che incidono ogni giorno sulla vita dei cittadini. Per questo, quando emergono contestazioni, gare problematiche o possibili costi aggiuntivi, la risposta politica non può essere il silenzio. La domanda resta sul tavolo, secca: chi ha vigilato davvero e chi dovrà assumersi la responsabilità di quanto accaduto?
