Roma crocevia dei narcos, droga dal Sud America e armi per colpire i rivali: 7 arresti nel blitz DDA
Roma come terminale di grandi traffici internazionali, ma anche come terreno di violenza, intimidazioni e controllo delle persone più fragili. È questo il quadro che emerge dall’operazione condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura capitolina. Sette persone sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, mentre altre due sono state arrestate in flagranza durante le perquisizioni.
I contatti con Sud America, gruppi albanesi e cosche calabresi
Secondo l’impianto accusatorio, al vertice del sodalizio ci sarebbero due noti pregiudicati romani, capaci di muoversi ben oltre la dimensione dello spaccio di quartiere. Le indagini, alimentate anche da chat criptate e intercettazioni, avrebbero ricostruito rapporti con fornitori sudamericani per l’importazione di droga via aerea, con gruppi albanesi attivi nel Nord Italia e con esponenti della criminalità romana e calabrese.
Cinquecento chili di hashish e cocaina nei locali condominiali
La forza economica del gruppo, per gli investigatori, era nella disponibilità di quantità enormi di stupefacenti. In un singolo episodio sarebbero stati gestiti 500 chili di hashish, oltre a forniture di cocaina purissima dal valore di centinaia di migliaia di euro. Parte della droga sarebbe stata nascosta persino in locali condominiali trasformati in magazzini: depositi anonimi, immersi nella vita quotidiana della città, utilizzati per custodire il denaro del narcotraffico.
Il pestaggio per un debito e la donna costretta a prostituirsi
Il volto più feroce dell’inchiesta emerge da due episodi. Per recuperare un debito di 20mila euro, legato alla droga e all’acquisto di auto, i vertici avrebbero ordinato il pestaggio di un collaboratore: l’uomo avrebbe riportato gravi lesioni al volto e la perforazione di un polmone. In un altro caso, una donna tossicodipendente sarebbe stata costretta a prostituirsi e a versare quasi tutti gli incassi al gruppo attraverso ricariche Postepay.
Armi, progetti di agguati e il sequestro dei beni
L’organizzazione, sempre secondo l’accusa, non avrebbe puntato soltanto agli affari. Nelle conversazioni intercettate sarebbero comparsi progetti per procurarsi fucili d’assalto e fucili a pompa da utilizzare contro appartenenti a gruppi rivali. I Carabinieri hanno sequestrato una pistola calibro 22 con munizioni e, durante il blitz, avrebbero trovato altra cocaina e diverse armi. Contestualmente è scattato il sequestro preventivo di un’auto, una moto, quote societarie e carte Postepay riconducibili alla famiglia di uno dei presunti promotori.
La Capitale davanti a una criminalità sempre più strutturata
L’operazione consegna alla città un segnale difficile da ignorare: Roma non sarebbe più soltanto una grande piazza di consumo e spaccio, ma un possibile snodo di relazioni criminali capaci di collegare traffici internazionali, violenza locale e patrimoni da reinvestire. Toccherà ora all’autorità giudiziaria verificare la tenuta delle accuse. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli indagati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.