Roma, stangata sulla Tari, differenziata al palo e inceneritore: il conto salato della ‘linea Gualtieri’ sui rifiuti
Roma pagherà di più la sua gestione dei rifiuti (Tari in aumento del 5,19%) proprio mentre la raccolta differenziata resta sotto la soglia simbolica del 50% (il mino di legge è il 65%) e il Campidoglio a trazione PD continua a puntare sull’inceneritore di Santa Palomba per bruciare rifiuti indifferenziati. La Giunta Gualtieri ha approvato l’8 luglio il Piano economico-finanziario del ciclo dei rifiuti per il quadriennio 2026-2029 che contiene anche la temutissima Tari 2026: il costo del servizio sale a 921,3 milioni nel 2026 e a 930,2 milioni nel 2027, con un aumento medio del 5,19% per le utenze domestiche e del 5,20% per quelle non domestiche.
Il racconto del Campidoglio
Il Campidoglio presenta l’aumento come parte di un presunto (ma davvero solo presunto) potenziamento dei servizi: più decoro, più digitalizzazione, più raccolta differenziata. Una formula ordinata, istituzionale, rassicurante. Ma la politica dei rifiuti si misura sui risultati, non sulle intenzioni da comunicato stampa. E il dato resta pesante: nel 2024 Roma ha registrato una raccolta differenziata attorno al 48%, mentre l’Italia è arrivata al 67,7%. La Capitale resta molto al di sotto della media nazionale, in linea con percentuali da terzo mondo.
La differenziata che non decolla
In soldoni, ai romani viene chiesto di pagare di più, ma Roma continua a differenziare poco e male. La crescita c’è stata, ma è lenta, insufficiente, lontana da una vera svolta ambientale, che pure Gualtieri aveva promessa 5 anni fa. Prima ancora di parlare di nuovi impianti, una città moderna dovrebbe dimostrare di saper separare, recuperare e ridurre i rifiuti. La Capitale, invece, arranca.
Il Piano e il forno
Mentre la differenziata avanza col passo corto, la scelta strategica di Gualtieri resta l’inceneritore. Il Piano di gestione dei rifiuti di Roma Capitale non è nato da un normale voto politico dell’Aula, ma da un percorso commissariale: è stato approvato con l’Ordinanza n. 7 del Commissario straordinario del Governo per il Giubileo, datata 1 dicembre 2022 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 28 dicembre 2022. Dentro quella cornice si colloca la scelta del grande impianto per chiudere il ciclo. Imposizioni calate dall’alto sui cittadini. Con la controfirma del Governo Draghi che ha incoronato Gualtieri ‘imperatore’ dell’inceneritore Acea di Santa Palomba.
L’inceneritore spacca il campo largo
L’inceneritore non è solo una questione ambientale e amministrativa: è diventato anche una mina politica sotto il campo largo romano. Da una parte c’è il Pd di Gualtieri, che rivendica l’opera come architrave del nuovo ciclo dei rifiuti. Dall’altra ci sono Movimento 5 Stelle e Lista Raggi, contrari al progetto. Il risultato è evidente: mentre il centrosinistra immagina alleanze future, Santa Palomba divide proprio il perimetro che dovrebbe sostenerle.
Santa Palomba, ferita aperta
Il punto è che Santa Palomba resta contestata. I Comuni dell’area dei Castelli Romani e del quadrante sud di Roma di Ardea e Pomezia hanno rilanciato la battaglia amministrativa e giudiziaria, mentre comitati e associazioni continuano a denunciare il peso dell’impianto sul territorio. Non è un’opera pacificata: è una scelta calata dentro un conflitto ancora aperto, con effetti politici che vanno ben oltre il dossier rifiuti.
Il conto della linea Gualtieri
Il risultato è semplice e graffiante: Roma differenzia meno dell’Italia, resta sotto il 50%, punta su un inceneritore e intanto aumenta la Tari, ripulendo il portafogli dei romani. Gualtieri può rivendicare i suoi comunicati stampa in cui racconta una ROma invisibile ai romani, ma il cittadino vede un’altra sequenza: strade sporche, porta a porta da sud america, costi in salita.
Ritorno agli anni Ottanta
La Capitale aveva bisogno di una rivoluzione ambientale. Si ritrova invece davanti a una ricetta vecchia: più tassa, più smaltimento, più centralità del “forno”. Se questo è il nuovo modello ‘green’, Roma non guarda al futuro dell’economia circolare: torna indietro di quarant’anni, agli anni Ottanta del secolo scorso, quando il problema non era recuperare materia ma trovare un posto dove far sparire i rifiuti. Solo che oggi il conto arriva direttamente nelle bollette dei romani.